Articolo
Benedetta Centovalli

Nulla può essere posseduto se non nella lotta: Flannery O’Connor

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Flannery O’Connor è stata una scrittrice continuamente in lotta: con la madre, con la malattia, con i pregiudizi della fede, con quelli razziali. Un corpo a corpo doloroso (ma appassionante) con cui il lettore deve fare i conti se vuole entrare a fondo nell’opera di un’autrice unica.

“Quella mappa spiegata dell’universo… (the unfurled map of the universe…)”

The King of the Birds

La lotta

Vi ricordate quando Flannery racconta che da bambina scacciava a cazzotti il suo angelo custode?

Fra gli 8 e i 12 anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e, facendo la faccia feroce (e cattiva), vorticavo torno torno coi pugni serrati scazzottando l’angelo (Ad “A.”, 17 gennaio 1956), per Flannery non si tratterà mai di un semplice episodio-simbolo, ma di un modo reale di stare al mondo. Vivere nella lotta. 

Sarà una lotta lunga una vita, senza compimento. Quando qualcosa è finito, non può essere posseduto. Nulla può essere posseduto se non la lotta (14 aprile 1947, Diario di preghiera).

Così la lotta con l’angelo, con la madre, con la malattia, con i pregiudizi della fede, con quelli razziali, si riverbera nei suoi testi nella lotta con il lettore. Flannery è uno scrittore che non vuole blandire o consolare chi legge ma piuttosto metterlo a disagio, farlo saltare sulla sedia, farlo sentire scomodo nel racconto, prenderlo a sberle. Convincerlo a scavare dentro di sé con le unghie affilate. Questo lei lo sa fare benissimo. Meglio di chiunque altro: “gridare ai duri d’orecchio e tracciare immagini grandiose e strabilianti per gli orbi”.

Il lettore è costretto a svolgere un vero e proprio lavoro mentre legge, un percorso di esperienza, di confronto e di comprensione dove tutto viene messo in discussione e capovolto.

Fin da piccola Mary Flannery O’Connor (1925-1964) è attratta dall’avventura, dall’esotico, dalle cose strane, appassionata di volatili e in particolare di polli, li alleva in giardino e li disegna. A cinque anni insegna a uno di questi pennuti a camminare all’indietro e una troupe televisiva di Pathé News arriva da New York a Savannah per riprenderlo. In verità quel giorno il Bantam marrone chiaro della Cocincina si rifiutò di esibirsi e l’operatore dovette montare il filmato al contrario. “È stato il momento culminante della mia vita. Da allora tutto è stato un anticlimax”, dichiarerà in un’intervista. Predilige quelli con un occhio diverso dall’altro o qualche difformità. Cuce abiti su misura per loro e li chiama con nomi importanti: Mussolini, Hitler, Winston… “Colonnello Eggbert sfilava con un cappotto di piqué bianco, con collo in trine e due bottoni sul dorso” (Il re degli uccelli). È introversa, incline alla fantasticheria e porta scarpe ortopediche. La scoperta dei pavoni arriverà più tardi, fino a mettere insieme quaranta becchi da sfamare che si aggirano per il giardino della fattoria a mangiare le rose della madre e a fare la ruota a loro insindacabile piacimento. 

Quando nel 1941 a quindici anni muore l’amatissimo padre di Lupus eritematoso, il mondo le cade addosso. Mary Flannery che aveva condiviso con lui le avventure inventive cerca riparo nel disegno e nella scrittura. Quella morte le brucia dentro con dolore e speranza, chiede di diventare qualcosa. Così si mette alla ricerca di storie da raccontare e di come raccontarle. 

L’educazione di Flannery era avvenuta tutta nel cuore della Georgia, da Savannah a Milledgeville, ma la sua iniziazione alla letteratura si era compiuta negli anni del Master of Fine Arts in Iowa (1945-46), dove a poco più di vent’anni dà prova di una maturità compiuta di pensiero nei primi racconti della sua tesi: Il geranio, La lince, Il tacchino, Il raccolto… Poi si raffina alla Yaddo Foundation (1948-49) e nei soggiorni a New York e nel Connecticut, dove lavora al suo primo romanzo La saggezza nel sangue (1952). Tornando a casa nel Natale del 1950 scopre di essere malata e un anno dopo le viene diagnosticata la stessa malattia del padre. Con la vita in rapida scadenza va a vivere con la madre Regina nella fattoria di famiglia, Andalusia, a quattro miglia da Milledgeville, un rifugio protetto: la messa in paese tutte le mattine, la scrittura per un paio di ore, le passeggiate in giardino con le stampelle circondata dai suoi pavoni, qualche rapido viaggio per le sue conferenze e quello fino a Lourdes. A trentanove anni muore lasciando una trentina di racconti, due romanzi, molte conferenze e tante lettere.

Le sue storie nascono dall’osservazione della realtà, dalla religione come dogma o pregiudizio, dal dettaglio insignificante o fuori posto che illumina la storia, dalla questione razziale. Flannery O’Connor aveva visto e capito l’enorme contraddizione tra le due Americhe, lo iato profondo che le separava (e che continua ancora a separarle). Il Nord pronto ad accogliere le istanze dei diritti civili e in particolare a risolvere la questione razziale. Il Sud ancora in piena segregazione e discriminazione della popolazione afroamericana. Questo contrasto esplosivo deve avere creato in lei una sorta di corto circuito che va depositandosi nelle sue storie. Era una scrittrice con la testa orientata verso Nord e la pancia ben ancorata alle tradizioni anche più retrive del suo Sud. Ed era cattolica in una regione a maggioranza protestante dove la religione veniva proclamata da predicatori pronti a imbracciare la croce come un’ascia. Su questo tessuto O’Connor compie un innesto interessante dei suoi dogmi religiosi e valori fermi della fede cattolica. 

Non a caso la sua prima forma espressiva erano state le vignette nelle pubblicazioni del College a Milledgeville. La bidimensionalità delle vignette umoristiche aveva fornito nutrimento alla sua scrittura. Dalla vignetta alla parabola, sul nastro della comicità, dell’ironia e del grottesco. I suoi racconti avevano imparato a muoversi come lame taglienti incontro a chi leggeva. Forbici che azzeravano l’erba sotto i piedi del pubblico.

Prima la storia fatta di materia, di carne e sangue, di animali e paesaggi, di oggetti quotidiani e dettagli casalinghi. Poi il meccanismo della storia si apre a strade inattese, trappole o varchi verso la ricerca di senso di ciascuno di noi, personaggi o lettori, mentre attraversiamo il “territorio del diavolo”. Possiamo immaginare qualcosa di più contemporaneo che cercare disperatamente la grazia e la luce nella terra sempre più desolata che abitiamo?

Una scrittura radicale in continua metamorfosi e espansione. Lo sguardo è obliquo, di sbieco, perché “avere fede significa avere un occhio profetico sulla vita e sul mondo”, l’occhio guercio della fede, e l’occhio profetico vale molto di più dell’occhio sensibile, che rischia di trasformare la carità in ideologia del bene, e finisce sempre per condurre nelle camere a gas (“Quando la tenerezza è separata dalla sorgente della tenerezza, la sua logica conseguenza è il terrore”). L’occhio profetico vede il male e il suo volto grottesco e il bene che è in costante costruzione. L’idea che l’incompiuto sia nella natura della scrittura e che il compiersi del testo possa avvenire solo in chi legge va ben oltre la strategia compositiva. Come nell’esistenza il suo compiersi è al di fuori della vita: “Caro Dio Ti prego aiutami a essere un’artista, Ti prego lascia che questo conduca a Te” (Diario di preghiera).

Una scrittura che non segue schemi precostituiti di giudizio, che non porta in luoghi conosciuti ma che disorienta e ripaga solo chi si trova in equilibrio nella sorpresa, nel riconoscersi ciechi e pronti per banchettare con l’invisibile. 

Nessuna compassione, nessuna risposta, nessun dolorismo, solo il sale sulla ferita di una parola puntuale, acuta, aguzza come un diamante. Una scrittura della chiamata e dell’appello, un invito a riconoscere Dio dove meno te lo aspetteresti, in una lince, in un tacchino, nei panni stretti del Balordo. 

Durante gli incontri che teneva in giro per gli Stati Uniti, Flannery leggeva spesso uno dei suoi racconti più noti, Un brav’uomo è difficile da trovare (1953). È rimasta una registrazione con la sua voce. Lei si divertiva, leggendo del Balordo, e rideva. E anche il pubblico che l’ascoltava, rideva. L’ironia era più che palpabile. Sentire la sua cadenza e il ritmo della frase ci fanno scoprire meglio come era fatta la storia e come potesse risultare grottesco quel suo ritratto dell’America del Sud – gli Stati della Bible Belt a maggioranza protestante, con i white trash, i niggers, l’orientamento conservatore e razzista, i Vangeli, i Crocifissi e le Armi – di cui l’America di oggi – bianca, suprematista e razzista – sembra perfino una brutta copia. Un mondo che si è conservato nella sua povertà e arretratezza, nelle sue tradizioni e contraddizioni, in un’emarginazione e invisibilità che sono l’altra faccia dell’America ricca e progressista delle grandi città come New York, Boston, Chicago o lo Stato della California. 

Flannery O’Connor mostrava le contraddizioni del Sud di allora, dove i neri sono chiamati usando the N-word: niggers, e non poteva esserci spazio per nessun compromesso verbale (pensiamo al capolavoro The Artificial Nigger) né di rappresentazione né di facile retorica, ma l’occhio del narratore era chiamato ad accoglierne l’umanità complessa al di là dell’appartenenza. Era mettere il dito nella piaga, “come faceva la governante cieca del Dr. Johnson quando versava il tè: metteva il dito nella tazza”. La “radicale ambivalenza” (A. O’Donnell) di O’Connor ci costringe a leggere l’America di oggi con la stessa sua spietatezza e a interrogarci sulle radici violente e profonde di quello di cui siamo odierni testimoni.

La lince

C’è un racconto di Flannery, abbastanza breve, scritto nel 1946, pubblicato postumo nel 1970, che si intitola La lince (Wildcat), e che faceva parte dei sei racconti della sua tesi di Master of Fine Arts all’Iowa. È una libera riscrittura del racconto Il sole della sera di Faulkner. 

Tutti i personaggi de La lince sono neri, parlano in slang, il protagonista è cieco e porta il nome dell’Arcangelo Gabriele, messaggero dell’annunciazione e del giorno del giudizio. È un piccolo capolavoro. È un racconto perfetto, compiuto, di piena maturità stilistica e compositiva e testimonia il formarsi di un pensiero robusto e preciso – filosofico e teologico – sul significato dell’esistenza attraverso l’arte. Un pensiero che si definisce negli anni trascorsi in Iowa.

La storia si svolge su due diversi piani temporali organizzati in tre tempi. Protagonista è un vecchio nero cieco dalla nascita, Old Gabriel, seduto sulla veranda. È sera, il vecchio dialoga con i nipoti che decidono di andare a caccia della lince che sta attaccando le mucche della fattoria. Il vecchio li avverte che sente il suo odore e che non serve andare a caccia nel bosco perché la lince vuole anche sangue umano. Quando era ragazzo una lince aveva ucciso un negro entrando dalla finestra. 

Nel secondo tempo Gabriel-Gabrul è un ragazzo cieco seduto sui gradini della veranda e sente l’odore della lince. Gli uomini sono andati a caccia dell’animale, meno il vecchio Hezuth. In casa con Gabrul ci sono la madre e due altre donne, in una capanna vicina ci sono il vecchio Hezuth e Nancy. Il ragazzo voleva andare con gli uomini, non aveva paura. Nancy irrompe all’improvviso nella casa di Gabriel – lui stava sognando di lottare con la lince – e annuncia che la lince ha sbranato il vecchio Hezuth. 

Nell’ultimo tempo della storia, Old Gabriel, rimasto solo in casa, si mette a letto, poi si accorge di non avere chiuso una porta, si alza a tentoni e va a sprangarla anche se, “Se la lince si metteva in testa di entrare, poteva farlo senza problemi”. I ragazzi, come gli adulti della sua gioventù, lo avevano lasciato solo, mentre lui li aveva avvertiti che la lince non sarebbe stata nel bosco. Bene, voleva dire che Gabrul l’avrebbe colpita e respinta con le sue mani, come aveva immaginato da ragazzo. Si sentono rumori, graffi, il vecchio ora ha paura, “Perché non te ne vai, lince, perché vuoi proprio me?” e pensa che al di là del fiume il Signore lo sta aspettando con una folla di angeli e che, una volta raggiunto, lui avrebbe fatto parte di quella schiera celeste e con loro avrebbe giudicato la vita. 

Poi un lamento lontano annuncia che la lince ha catturato una mucca. Gabriel si addormenta, sollevato dal fatto che l’animale questa volta lo aveva risparmiato. I ragazzi tornano a casa all’alba e, mentre mangiano tutti insieme pancetta arrostita, gli raccontano che hanno messo una trappola per la lince e che la prenderanno presto.

Davanti a questa storia così misteriosa, ogni lettore trova qualcosa che gli appartiene, qualcosa che sa e qualcosa che non sa. 

La lince è un animale selvatico che non si fa vedere e che sbrana chi non è pronto a incontrarla (“Per i vecchi era solo questione di tempo”). Gabriel, cieco veggente, sospeso tra l’annunciazione e il giorno del giudizio, tra l’età giovane e l’età senile, è pronto alla lotta, ed è il solo a sentire e riconoscere l’odore della lince. Sa che non può opporsi all’incontro il cui prezzo molto alto lui preferirebbe non dovere pagare.

Per Flannery la lince è la paura e la morte, la fede e la scrittura. Si è catturati dalla fede come lo si è dalle storie, e il poeta è colui che non vede, il cieco che attende sulla soglia che la visione arrivi. Quella visione che consente di vedere nel buio, vedere il proprio destino oltre il “vedere scancellante”, “luce che abilita luce – //finito corredato d’infinito –” (Emily Dickinson, P 601, P 906). E la morte, come il male, è una prospettiva di misura, ciò che consente di attribuire una direzione. Anche per questo il racconto resterà la misura ideale di Flannery, un’arte dei limiti: “Sono convinta che l’esperienza essenziale di ciascuno di noi sia l’esperienza della limitatezza umana.”

La lince mette al centro il mistero della scrittura, il fatto che, quando si è chiamati non è possibile fuggire e che la lotta contro il nostro destino o vocazione è destinata a essere persa: “Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica” (ad “A.”, 20 luglio 1955), “Quando mi sono sentita dire che siccome sono cattolica non posso essere un’artista, mi è toccato rispondere sconsolata che proprio perché sono cattolica non posso permettermi di essere meno di un’artista” (Mystery and Manners).

Tra i debiti contratti dal grande Cormac McCarthy con Flannery O’Connor, mi piace pensare che ci sia questo racconto che si specchia nell’idea centrale di uno dei suoi più bei romanzi, Oltre il confine (1994).

Nel racconto di Flannery, la lince minaccia la casa di Gabriel (il vecchio e il bambino), l’assedia, la invade. Il viaggio di Gabriel è in verticale, in casa, una discesa nel pozzo che collega il Cielo con l’Inferno: 

L’oscurità era vuota attorno a lui e dalle sue profondità arrivavano urla e lamenti di animali che si mescolavano al pulsare del sangue nella sua gola.

La lince in Oltre il confine diventa una lupa, e quella lupa, catturata in una trappola, sarà salvata e accudita dal giovane Billy, che decide di riportarla a casa, oltre il confine, in Messico, in un viaggio d’amore e di riconoscimento.

Tornare a casa – casa come tana, culla, tomba – vuol dire tornare nel luogo dove ogni viaggio inizia e finisce, il luogo originario dove abita lo spirito della luce e quello della morte. Tornare a casa è il compiersi del mistero della nostra esistenza e delle storie che raccontiamo. Scovare la lince dentro di sé, riconoscerla, accettare la lotta. Si è scelti, e Dio, se accade, ci invade. La fede è un brancolare nel buio e non una soluzione teologica del mistero della nostra esistenza.

Se lo scrittore contemporaneo “non è più in grado di riflettere un equilibrio mutuato dal mondo circostante”, deve per forza crearne uno suo. Il mondo di Flannery è un mondo grottesco, perverso, inaccettabile, abitato da freaks, da scarti, da esseri segnati come lei nel corpo e nell’anima. Un universo di diseredati e dannati, inquilini del “territorio del diavolo”: storpi, assassini, predicatori falliti, profeti itineranti, venditori di Bibbie, madri assillanti e nonne insopportabili a cui sparare ogni minuto. Da questa umanità imperfetta prendono via via voce alcuni protagonisti-profeti, cercatori di assoluto, per lo più bambini o ragazzi, disorientati figli o nipoti, come Gabrul o Haze o Tarwater, che ci mostrano quello che siamo, che siamo stati e che potremmo diventare. E come farsi trovare dalla lince e accettare la lotta. Farsi fiore.

Alla loro infanzia, alla loro giovinezza, la ragazza del Sud, che si muoveva su due stampelle in mezzo agli amati e petulanti pavoni, affida il compito di portare la luce. Di svelare la mappa dell’universo. Lei che a 25 anni, con la diagnosi di Lupus e la vita contata, aveva scommesso tutto sulla scrittura. Chi meglio di lei poteva sfidare la lince a “pugni serrati” e vincere la sfida con le sue storie.

Centovalli 2

Il testo qui pubblicato riprende e amplia parte dell’intervento dal titolo Wildcat raccolto in Il cielo e la polvere. Visioni e universi di Flannery O’Connor, a cura di Benedetta Centovalli, con la collaborazione di Fernanda Rossini, Milano, Mimesis, 2026.

Benedetta Centovalli

Benedetta Centovalli è saggista, curatrice editoriale e critica letteraria. La sua ultima curatela è Il cielo e la polvere. Visioni e universi di Flannery O’Connor (Mimesis, 2026).

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