Il regime sta perpetrando da giorni un massacro contro i manifestanti. Le poche fonti disponibili riferiscono l’uso di armi da guerra contro i civili, ma il sempre più pervasivo blocco delle comunicazioni imposto dallo stato impedisce di capire il reale numero delle esecuzioni così come le condizioni dei prigionieri nelle carceri.
Kahrizak, a sud di Teheran, si vedono decine di corpi, all’interno e all’esterno dell’obitorio locale. Famiglie, presumibilmente madri e padri, si aggirano tra le salme nel disperato tentativo di riconoscere i propri cari. È questa una tra le immagini più strazianti che arrivano dall’Iran dopo il blackout digitale.
Tra chi ha dovuto affrontare questa terribile ricerca, sebbene in un altro luogo, c’è la madre di Rubina Aminian, 23 anni, uccisa la sera dell’8 gennaio dopo aver partecipato a manifestazioni di protesta. Testimoni raccontano a Iran Human Rights che la giovane curda di Marivan è stata colpita alla testa da distanza ravvicinata, alle spalle. La famiglia di Rubina è stata portata vicino all’università, dove erano presenti centinaia di corpi, molti dei quali con ferite alla testa e al collo. La maggior parte delle vittime aveva tra i 18 e i 22 anni.
Il filmato dall’obitorio di Kahrizak è uno dei pochi che hanno oltrepassato il blocco imposto dal regime iraniano. Dalla sera dell’8 gennaio, infatti, il Paese è precipitato in un silenzio digitale quasi totale: l’accesso a internet è stato interrotto su scala nazionale, isolando la popolazione dal resto del mondo. Un blackout di una simile portata non si verificava dal novembre 2019, periodo segnato da proteste represse nel sangue, durante le quali centinaia di manifestanti persero la vita e, secondo alcune ricostruzioni, le forze statali uccisero fino a 1.500 persone.
Impedire qualsiasi possibilità di comunicare con l’esterno è una strategia deliberata del regime, funzionale a perpetuare violenze e crimini contro la popolazione ma anche a diffondere all’esterno una narrazione propagandistica degli eventi. Eppure, nelle strade iraniane c’è un popolo che continua a chiedere pane, dignità e libertà. Le proteste, iniziate il 28 dicembre nel Grande Bazar di Teheran a seguito della grave crisi economica – alimentata dalla svalutazione della valuta e dall’incapacità di uno Stato corrotto e inefficiente di garantire servizi essenziali – si sono rapidamente estese a tutto il Paese, trasformandosi in una mobilitazione di massa contro il regime.
Nonostante il blackout digitale, alcuni video e immagini continuano comunque a filtrare dall’Iran, soprattutto grazie all’uso di Starlink. Tuttavia, anche questa finestra rischia di chiudersi. Secondo quanto denunciato da Iran Wire, il blackout è stato allargato anche le connessioni satellitari: sarebbero stati infatti rilevati segnali di disturbo di tipo militare diretti contro i satelliti Starlink.
“È uno dei blackout più gravi e strategici mai registrati in Iran, con una connettività digitale limitata, garantita esclusivamente da sistemi limitati o approvati dallo Stato. Il blackout ha bloccato quasi tutti gli accessi ordinari alle reti web e telefoniche internazionali lasciando il Paese praticamente offline e isolato dal resto del mondo”. spiega Siyavash Shahabi, giornalista freelance iraniano rifugiato ad Atene, fondatore del blog The Fire Next Time e co-fondatore e membro del consiglio di amministrazione della ILC Iran Labor Confederation – Abroad.
“Interrompendo le comunicazioni, è estremamente difficile per le persone in Iran contattare i familiari all’estero, e viceversa; viene inoltre seriamente compromessa la capacità delle organizzazioni per i diritti umani di documentare gli abusi”, asserisce Shahabi.
La situazione in Iran è critica: secondo numerose organizzazioni per i diritti umani in tutto il Paese le forze di sicurezza starebbero usando forza letale contro i manifestanti, causando un alto numero di vittime.
“Il filmato dall’obitorio di Kahrizak è uno dei pochi che hanno oltrepassato il blocco imposto dal regime iraniano. Dalla sera dell’8 gennaio, infatti, il Paese è precipitato in un silenzio digitale quasi totale: l’accesso a internet è stato interrotto su scala nazionale, isolando la popolazione dal resto del mondo”.
Al 13 gennaio le vittime identificate sarebbero almeno 734, tra cui dodici bambini sotto i 18 anni, a migliaia sono rimasti feriti. È chiaro che per l’identificazione ci vuole tempo e dunque purtroppo il numero delle vittime è certamente molto più alto. Rapporti non verificati indicano che secondo la televisione Iran International più di 12.000 persone sarebbero rimaste uccise, informa Iran Human Rights.
Fonti informate hanno riferito a Hengaw, organizzazione per i diritti umani, che a Teheran si sarebbero verificate uccisioni di massa con munizioni da guerra.
“Prima del blackout di Internet, la violenza si esprimeva principalmente attraverso scontri particolarmente duri con la polizia, che spesso coinvolgevano agenti in motocicletta e sfociavano nel pestaggio dei manifestanti. Fin dai primi giorni, video provenienti da diverse città documentavano l’uso di gas lacrimogeni, così come manifestanti colpiti da pistole paintball e da munizioni a pallini di metallo. Dalle proteste precedenti, sappiamo che alcune delle armi impiegate dalle forze di sicurezza iraniane sono state prodotte in parte anche da aziende italiane. A partire dall’8 gennaio, tuttavia, la violenza ha assunto una portata ben più ampia e da allora non disponiamo più di un quadro chiaro degli eventi” afferma Shahabi.
L’uso di armi per colpire i manifestanti è stato confermato anche da Amnesty International e Human Rights Watch. “Le varie forze di sicurezza, tra le quali i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia, nota con l’acronimo persiano (FARAJA), hanno usato illegalmente: fucili, pistole caricate con pallini di metallo, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e pestaggi per disperdere, intimidire e punire persone che stavano manifestando in gran parte in modo pacifico” si legge nel loro report. I manifestanti sarebbero stati colpiti prevalentemente alla testa, al torace e all’addome.
Anche il numero dei feriti non può essere comunicato con certezza, poiché molti di loro scelgono di non recarsi negli ospedali per paura di essere arrestati. Durante le proteste di “Donna Vita Libertà” le strutture ospedaliere erano presidiate da forze di sicurezza che identificavano e arrestavano i feriti; ciò portò progressivamente i manifestanti a curarsi a casa o nelle residenze dei medici. Ricordiamo che i sanitari che prestarono loro soccorso furono uccisi. E come successo nel 2022, anche in queste proteste gli ospedali sono stati usati come strutture per individuare e catturare eventuali dissidenti.
Il 3 e 4 gennaio 2026, nella città di Ilam, i Guardiani della Rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno circondato l’ospedale Imam Khomeini, facendo uso di armi da fuoco e lanciando gas lacrimogeni all’interno della struttura. Le forze sono entrate con la forza nei reparti e nelle stanze dei pazienti, hanno distrutto le porte dell’ospedale e hanno tentato di arrestare i manifestanti feriti, oltre a rimuovere i corpi delle persone uccise, informano le organizzazioni dei diritti umani, tra cui Amnesty. Familiari e personale sanitario sarebbero stati inoltre picchiati per essersi rifiutati di collaborare con gli arresti. Fonti all’interno dell’ospedale hanno riferito a Hengaw che l’attacco ha messo a serio rischio la vita dei pazienti non legati alle proteste, in particolare quelli nelle unità di terapia intensiva, e ha causato gravi interruzioni alle cure mediche in tutto l’ospedale.
La medesima repressione violenta si è ripetuta nell’ospedale Sina di Hasanabad, Teheran, il 6 gennaio.
Il regime della Repubblica islamica esattamente come sta compiendo uccisioni di massa, sta anche effettuando numerosissimi arresti. Secondo le stime di Iran Human Rights, si calcola che il numero di arrestati abbia superato i 10.000.
Tra le persone arrestate figurano anche feriti, alcuni in condizioni gravi, e minori. I detenuti sono stati prelevati con la forza dalle proprie abitazioni o dagli ospedali; altri sono scomparsi o sono stati sottoposti a isolamento, con il conseguente rischio di maltrattamenti e torture. Hrana ha riferito che diversi detenuti, pur avendo riportato gravi lesioni fisiche, comprese ferite da arma da fuoco, sono stati trasferiti direttamente dai centri medici o dalle strutture di detenzione al carcere senza ricevere le cure necessarie. Queste persone sono state arrestate arbitrariamente, e in alcuni casi costrette a rilasciare confessioni estorte sotto tortura, che potrebbero portare alla condanna a morte. A preoccupare è soprattutto l’arresto di minori, tra cui risultano anche quattordicenni.
Considerato che la stragrande maggioranza dei manifestanti è pacifica e disarmata, se ne deduce che le persone vengono arrestate esclusivamente per il fatto di manifestare, o trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Anche la loro reazione di difesa non risulta essere eccessiva in reazione agli attacchi sanguinari che ricevono.
“Dai filmati disponibili emerge che la forma di difesa più diffusa adottata da chi protestava sia stata il lancio di pietre, spesso l’unica opzione a loro disposizione. In alcuni frangenti si registrano anche scontri corpo a corpo, generalmente quando l’equilibrio di potere con le forze di sicurezza si spezza temporaneamente. Va inoltre sottolineato che le dichiarazioni del regime su presunti ‘scontri armati’ non sono verificabili in modo indipendente. Potrebbe essere vero che alcuni individui, con intenzioni diverse, siano armati e presenti tra la folla; tuttavia, ciò non coinvolge partiti o organizzazioni armate riconosciute, come ad esempio quelle presenti in Kurdistan, che al momento non hanno lanciato appelli né intrapreso azioni coordinate. In Belucistan si sono verificati alcuni episodi, ma non si tratta di una novità: azioni analoghe da parte di gruppi di opposizione armata erano già state documentate in passato” afferma Shahabi.
Mentre il massacro continua, la magistratura iraniana ha lanciato minacce esplicite di condanne a morte contro i manifestanti. Il Procuratore Generale della Repubblica Islamica, Mohammad Kazem Movahedi Azad, ha dichiarato apertamente che tutti i partecipanti alle proteste sarebbero stati perseguiti con l’accusa di moharebeh (‘inimicizia contro Dio’). Un reato, questo, previsto dalla sharia e che punisce chiunque offenda l’Islam o lo Stato, mettendone a rischio, per quest’ultimo, la sua “sicurezza”. Per questo reato è prevista anche la pena capitale e spesso vengono accusati di moharebeh anche coloro che hanno partecipato a proteste o manifestazioni contro il regime.
Le dichiarazioni fanno eco a quelle del capo della magistratura iraniana Gholamhossein Mohseni Ejei del 5 gennaio. Center for Human Rights in Iran riferisce che Ejei avrebbe accusato i manifestanti di collaborare con Israele e con gli Stati Uniti, un’imputazione che può portare alla condanna a morte. Ricordiamo che nel 2025 sono state effettuate oltre 2.000 esecuzioni. Sebbene a essere impiccati sono stati perlopiù detenuti accusati di reati legati a crimini di droga e omicidio, l’uso della pena capitale per reati di natura politica è aumentato in modo significativo in Iran. A partire dalla guerra del giugno 2025 con Israele, le autorità hanno intensificato le accuse di collaborazione con Israele e di spionaggio contro i manifestanti. Hengaw riferisce che dall’inizio del 2025 almeno 19 persone sono state giustiziate in Iran per accuse simili, di cui 17 dopo l’inizio della guerra Iran-Israele di giugno.
Durante l’undicesimo giorno di proteste in Iran, le autorità hanno giustiziato Ali Ardastani, condannato per presunto spionaggio a favore di Israele. I media statali non hanno fornito nessun dettaglio su ragioni dell’ arresto, processo o luogo dell’esecuzione, limitandosi ad accusarlo di aver raccolto e trasmesso informazioni sensibili.
Nel momento in cui scrivo nel braccio della morte con questa accusa si troverebbe Erfan Soltani, 26 anni, arrestato l’8 gennaio a Fardis, nei pressi di Karaj. Secondo fonti vicine alla famiglia, il 12 gennaio i parenti sarebbero stati informati della condanna a morte e dell’intenzione di eseguire la sentenza il 14 gennaio. Erfan non avrebbe avuto accesso a un avvocato e, sempre stando alle informazioni disponibili, non si sarebbe svolto alcun processo. Restano inoltre poco chiare le accuse mosse contro il giovane manifestante, riferisce Iran Human Rights.
Il rischio di esecuzioni di massa ed extragiudiziali contro i manifestanti è altissimo. Da anni il regime iraniano ricorre a processi sommari, privi delle più basilari garanzie di equità e giustizia per le persone detenute: un modello che si sta replicando anche in questi giorni.
Ad allarmare la popolazione e i giornalisti è anche il fatto di essere di quanto stia avvenendo nelle carceri in queste ore. Siyavash Shahabi ci ha riferito che non si ha alcuna notizia per quanto riguarda le carceri, o su cosa stia accadendo al loro interno (scioperi della fame, rivolte).
Ogni settimana, tutti i martedì da febbraio 2024 in 55 carceri in tutto l’Iran i detenuti aderivano alla campagna contro la pena di morte “no ai martedì delle esecuzioni”; ora a causa del blackout, non sappiamo più se questo sciopero prosegue; e se all’interno delle prigioni i detenuti stiano protestando sostenendò così i manifestanti per strada
Considerato il sistematico ricorso alla violenza da parte delle autorità carcerarie della Repubblica islamica, non è improbabile che anche nelle prigioni la situazione sia critica e notevolmente peggiorata. Ricordiamo che ad ottobre nel carcere di Ghezel Hesar vi fu uno sciopero della fame di massa che coinvolse oltre 1.5000 detenuti contro le esecuzioni, protesta che gli agenti carcerari provarono a silenziare in qualsiasi modo.
Anche queste proteste sono state oggetto di tentativi di repressione da parte del regime: non solo, come già descritto, attraverso l’uso indiscriminato della forza e della violenza, ma anche mediante strategie di intimidazione volte a scoraggiare la sola partecipazione. Center for Human Rights in Iran ha documentato campagne sistematiche di intimidazione finalizzate a impedire la mobilitazione dei cittadini. In diverse città di dimensioni minori nelle province di Razavi Khorasan e North Khorasan, tra cui Bojnord, Neyshabur e Sabzevar, persone precedentemente detenute durante le proteste del 2022 hanno ricevuto chiamate da numeri sconosciuti riconducibili al Ministero dell’Intelligence.
Nel corso di queste telefonate, i destinatari sono stati esplicitamente avvertiti che, qualora avessero preso parte alle proteste attuali, sarebbero stati nuovamente arrestati e incarcerati.
Anche gli studenti sono stati presi di mira dalle forze di sicurezza e dagli apparati di intelligence universitari, che hanno contattato direttamente gli studenti e le loro famiglie, minacciando arresti, espulsioni e provvedimenti disciplinari.
Mentre scrivo il massacro si fa giorno dopo giorno più feroce, la popolazione si sta letteralmente sacrificando per la libertà dell’Iran.