Sangiuliano è un disastro, ma non è l’unico problema della cultura italiana - Lucy
articolo

Nicola Lagioia

Sangiuliano è un disastro, ma non è l’unico problema della cultura italiana

25 Gennaio 2024

Dietro alle polemiche sull’egemonia culturale di destra e di sinistra, si nasconde un problema più profondo: la cultura italiana non è competitiva a livello istituzionale, per mancanza di idee, per sciatteria, per l’incompetenza di chi dovrebbe valorizzarla politicamente. Intanto, si avvicina l’edizione 2024 della Buchmesse di Francoforte, dove l’Italia sarà ospite d’onore, e potrebbe essere troppo tardi per far bella figura.

Il problema non è Gennaro Sangiuliano che forse ha letto i libri in concorso allo Strega solo dopo averli votati, o magari non li ha letti affatto. A preoccupare non sono neanche le sue continue amnesie, tipo quando racconta di Giuseppe Prezzolini chino sul letto di morte dell’amico-avversario Piero Gobetti, a testimonio della possibile pacificazione tra sinistra e destra (Gobetti di sinistra?), salvo però tacere su chi aveva ridotto Gobetti in fin di vita. (Questo numero, a Sangiuliano, glielo si è visto fare in talmente tante occasioni pubbliche, con le stesse identiche parole, tipo sketch da avanspettacolo istituzionale di second’ordine, da far pensare che il repertorio sia scarso).

Non è nemmeno interessante irridere il ministro per la comicità involontaria di alcune uscite (“credo che un certo abuso dei termini stranieri appartenga a uno snobismo radical chic!”, ha tuonato senza rendersi conto di averne usati appena due, di termini stranieri). A un ministro non si chiede brillantezza, né ormai eccessiva cultura (la continua ostentazione dei libri posseduti come autodenuncia), e nemmeno assenza di ridicolo.

Il ridicolo, in particolare, è il piccolo prezzo che chi esercita il potere paga quasi inevitabilmente. Il vero problema è semmai che il ministro Sangiuliano, come molti dei suoi predecessori, non sa spesso quello che fa, chiede lumi a chi ne sa di meno, scarseggia in buone idee, brancola nel buio, si arena di continuo, complice anche – e questo non è colpa sua – l’inferno burocratico in cui ardono quelli nella sua condizione.

Penso, a differenza di molti, che la questione dell’egemonia culturale tra destra e sinistra sia l’ennesima ventata di fumo negli occhi per occultare una questione più seria e annosa: la mancanza di idee, di progettualità, di investimenti in cui i governi di ogni ordine e grado si sono distinti negli ultimi anni e che quest’ultimo sta portando all’eccellenza, col conseguente pericolo che l’Italia diventi una provincia delle arti, una presenza culturale di terz’ordine. Il problema non è l’egemonia culturale della destra in Italia, è la perdita di competitività dell’Italia nel mondo, a cui la destra sta dando un contributo molto importante.

Se si pensa a come la Francia o la Germania investono in cultura, e si fa il paragone con noi, viene da piangere. Guardate l’Accademia di Francia di Villa Medici a Roma. Cercate un omologo italiano a Parigi, a Londra, a New York, a Vienna: non lo troverete. Guardate al poco rilevante Cepell (a proposito di polemiche recenti) a cui lo stato italiano affida quando va bene pochi milioni di euro per non portare risultati degni di nota, paragonatelo al Centre National du Livre francese che di milioni in dotazione ce ne ha oltre quaranta. È imbarazzante. E ancora: abbiamo trascorso mesi a parlare della mostra su Tolkien alla Galleria Nazionale, contrapposta idealmente alla mostra su Calvino alle Scuderie del Quirinale come fosse l’ennesima tragicomica puntata del duello destra-sinistra. Ma la questione non è se la mostra su Tolkien piace a Fratelli d’Italia e quella su Calvino al PD. Il problema è che a Parigi, in questo momento, si sta tenendo una mostra su Mark Rothko che l’Italia può sognarsi, e che ad Amsterdam, l’anno scorso, se n’è tenuta una su Vermeer che da noi sarebbe inimmaginabile. È voragini di questo tipo che bisognerebbe colmare. È importante ironizzare su Dante Alighieri di destra? O ragionare sul fatto che il Louvre, da solo, fattura più di tutti i musei italiani messi insieme? 

“Il vero problema è semmai che il ministro Sangiuliano, come molti dei suoi predecessori, non sa spesso quello che fa, chiede lumi a chi ne sa di meno, scarseggia in buone idee, brancola nel buio, si arena di continuo”

Di tutto questo, il nostro ministro non sembra curarsi. Il balletto delle nomine in Italia è spesso goffo e disdicevole, e anche la sinistra ha cooptato incapaci e burocrati insensati. Certo, Sangiuliano dà impressione di esigere un po’ troppo ossequio dai suoi beneficiati, e se il conformismo era il pericolo che correvano gli intellettuali organici di sinistra, quelli di destra rischiano ora il servilismo. Però quello che conta sono i risultati, cioè la loro assenza. Cos’è successo in quest’anno e mezzo di governo? Prendiamo ad esempio l’industria del libro e la promozione della lettura. Che risultati sensibili ha non dico ottenuto ma almeno inseguito Sangiuliano mentre era impegnato a rilasciare interviste piccate e a strappare i microfoni ai suoi interlocutori? La risposta può darla qualunque addetto ai lavori: nessuno. Ma: è questo fallimento una prerogativa della destra? È tutta colpa di Sangiuliano? Risposta: no.

Il precedente ministro della cultura, Dario Franceschini, commise i suoi bravi errori. Per esempio: ItsArt, la “Netflix della cultura italiana”, un naufragio annunciato. O: la Biblioteca nazionale dell’inedito, per fortuna mai realizzata. E ancora: “VeryBello”, uno slogan che ancora grida vendetta (certo, chi poteva immaginare il disastro di “Open to meraviglia”, la Venere di Botticelli voluta da Santanché e costata milioni di euro?) Franceschini ha però fatto anche mosse giuste, bisogna riconoscerlo. Come ad esempio dichiarare il libro “bene essenziale” durante la pandemia, o lavorare sui benefici fiscali a favore delle librerie. E sì, anche la 18app voluta da Matteo Renzi ha funzionato discretamente, e non si capisce perché Sangiuliano la voglia ridimensionare (in assenza di idee proprie, distruggiamo quelle altrui). Detto questo però chiediamoci: sono stati gli interventi del centro-sinistra in materia di promozione della lettura degni della sesta o settima editoria mondiale quale è l’Italia? Risposta: no. 

L’editoria legata ai libri è uno dei pochi settori culturali che in Italia vive sul mercato. Il cinema italiano, senza contributi pubblici, morirebbe all’istante. Idem il teatro. Stessa cosa la musica sinfonica. I libri campano dei propri lettori, sviluppando (fonte AIE) un volume d’affari superiore a quello del cinema, del teatro, delle pay tv, dei videogiochi, della tv in chiaro, delle mostre, dell’editoria quotidiana, della musica (concerti compresi).

“Il problema non è l’egemonia culturale della destra in Italia, è la perdita di competitività dell’Italia nel mondo, a cui la destra sta dando un contributo molto importante”.

I margini di miglioramento sono però enormi. In Italia si legge ancora troppo poco. Francia, Germania e Regno Unito e tanti altri paesi della UE fanno meglio di noi. La diffusione della lettura è una battaglia di civiltà. In questo caso non c’è bisogno di assistenzialismo. Ci vorrebbe invece una grande riforma (fatta anche di investimenti e buone idee) che metta in relazione in maniera virtuosa i grandi giocatori del settore: biblioteche, case editrici, librerie, scuola. C’è all’orizzonte qualcosa di vagamente simile? No. 

All’orizzonte c’è, invece, la spedizione italiana a Francoforte. Nel 2024 l’Italia sarà paese ospite alla Buchmesse, la più importante fiera editoriale del mondo. È un’occasione che stiamo buttando nell’immondizia. Qui sinistra e destra si sono passate la staffetta in modo disastroso. Prima, il centro-sinistra ha preparato in modo approssimativo la spedizione in Germania (i paesi ospiti a Francoforte aumentano per tempo in modo sensibile i propri contributi alla traduzione, in modo da moltiplicare le traduzioni all’estero, e quindi il soft power, negli anni precedenti e successivi a quello in cui sono appunto centrali a Francoforte; cosa che noi abbiamo fatto in modo modesto e confusionario). Poi, dopo l’assurdità dell’invito prima recapitato e poi ritirato a Carlo Rovelli per questioni di opportunità politica da parte del commissario nominato dal centro-sinistra Ricardo Franco Levi, al posto di quest’ultimo è stato nominato dalla destra Mauro Mazza. Risultato: ciò che si stava facendo male rischia ora di essere fatta peggio. Nessuno sa nulla di come ci stiamo organizzando, le poche notizie che arrivano sono sconsolanti, e la presenza italiana a Francoforte rischia di ridursi a una sagra del luogo comune che non fa onore all’editoria del nostro paese. Chi potrebbe protestare – le case editrici, tutte consapevoli del disastro imminente – per ora non lo fa, più che altro per rassegnazione.

Infine. Al ministero è stato cambiato il nome, e forse non è un dettaglio. È successo sotto il centro-sinistra. Prima, si chiamava “Ministero per i beni e le attività culturali”. Ora si chiama “Ministero della cultura”. Nel primo caso si lasciava intendere che il governo dovesse supportare e tutelare le attività culturali che nel paese vengono svolte liberamente. Adesso sembra quasi che il governo quelle attività debba indirizzarle. Il che, oltre che pericoloso (specie per chi ha scarsa competenza e viene da culture poco liberali), è impossibile. Un ministro è del tutto impotente davanti a questo compito.

Non è Sangiuliano (o Franceschini, o Urbani, o chi volete voi) a decidere se Carlo Ginzburg sia un pensatore più importante di Marcello Veneziani, se Michel Houellebecq sia più brillante di Daniel Pennac, se Elena Ferrante e Alice Rohrwacher diano più lustro al nostro paese di Beatrice Venezi, se Matteo Garrone meriti di andare all’Oscar più di Giulio Base, se Lars von Trier sia un genio o un impostore. Questo lo decidono liberamente i lettori, gli spettatori, i critici, le accademie, le istituzioni indipendenti che si occupano in tutto il mondo di cultura. Ecco perché Sangiuliano (tenacemente sulle orme di Sandro Bondi) e i suoi successori dovrebbero preoccuparsi più che dei proclami dei risultati, più che dei maldestri tentativi di riscrivere il canone di ridare al nostro paese, proprio adesso, e nell’immediato futuro, un ruolo di prim’ordine, non soltanto a livello europeo, per ciò che riguarda le arti e la cultura. Esattamente ciò che non sta accadendo.

Non siamo competitivi a livello istituzionale. Abbiamo poche idee. Preferiamo i fedeli ai talentuosi. Rischiamo l’obsolescenza mentre il resto del mondo va avanti. È questo, temo, il vero pericolo. A livello nazionale, regionale, comunale, provinciale. Provinciale, questo è il problema. E Sangiuliano è solo l’ennesimo prodotto di un sistema.

“Non è Sangiuliano (o Franceschini, o Urbani, o chi volete voi) a decidere se Carlo Ginzburg sia un pensatore più importante di Marcello Veneziani, se Michel Houellebecq sia più brillante di Daniel Pennac”.

Di che sistema si tratta? Vi lascio con un’altra perla. Questo è il video promozionale per la campagna abbonamenti all’Accademia di Santa Cecilia di Roma, a dimostrazione che anche le eccellenze del nostro paese possono essere vittime di un contesto così infelice.

Nicola Lagioia

Nicola Lagioia è scrittore, sceneggiatore, conduttore radiofonico e direttore editoriale di Lucy. Il suo ultimo libro è La città dei vivi (Einaudi, 2020).

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