Il nuovo film di Joachim Trier è uno splendido dramma familiare, nel quale la storia di una famiglia disfunzionale si specchia in quella della sua casa.
Oggi sembra più difficile rispetto a qualche anno fa indicare con certezza, nel cinema, un’area geografica e culturale più interessante di altre. Film e registi di valore arrivano un po’ da ogni luogo, raramente però con la compattezza e l’omogeneità generazionale ed estetica propria delle correnti: wave, vague etc. Certo però da alcuni anni il cinema scandinavo sta dando molte soddisfazioni. In particolare quello norvegese e soprattutto con due autori: Dag Johan Haugerud, con la sua “trilogia di Oslo”, composta da Love, Sex e Dreams e Joachim Trier. Anche, lui pochi anni prima, aveva terminato un suo personale trittico ambientato nella capitale, ripresa il più delle volte nella luce abbacinante, quasi folle, dell’estate.
Il cinema di Haugerud e quello di Trier hanno in comune l’interesse per gli esseri umani – i desideri che li muovono, le parti represse che non riescono a esprimere – e le relazioni che intrattengono tra loro. Sono, in modo diverso (più dimesso e statico nella regia Haugerud, che è anche scrittore, e infatti è dotato dialoghista), due “registi-umanisti”, un po’ antropologi, un po’ psicanalisti.
Sentimental Value è l’ultimo film di Joachim Trier, che con The Worst Person in the World, ritratto assieme crudele e affettuoso di una giovane donna che cerca il suo posto nel mondo, aveva ottenuto un successo critico e di pubblico eccezionale. The Worst Person in the World è del 2021, e ai tempi Trier aveva già diretto buoni film: Oslo, 31 agosto, ad esempio, secondo capitolo della “Trilogia di Oslo” chiusa da The Worst Person in the World, che racconta 24 ore nella vita di un giovane tossicodipendente in licenza per un giorno dal centro in cui è in cura; oppure Thelma, thriller paranormale alla Brian de Palma, un po’ freudiano. E l’approccio profondamente (e consapevolmente) psicanalitico caratterizza anche questo suo ultimo lavoro, Sentimental Value, presentato a Cannes lo scorso anno, dove ha vinto il Grand Prix speciale della giuria, e ora tra i favoriti ai prossimi premi Oscar, con nove candidature.
Sentimental Value è un film apparentemente più convenzionale dei precedenti citati qui – anche se in fondo credo che The Worst Person in the World non fosse un film così fuori dall’ordinario, se non nella caratterizzazione del personaggio femminile principale; c’è chi ha provato per lei una profonda tenerezza, e chi invece l’ha trovata insopportabile, vacua, inconcludente, egoista. L’ambivalenza che suscita il personaggio (e che suscita, in modo più sottile e forse persino più efficace, anche il personaggio del suo fidanzato artista-fumettaro, molto analitico, che la psicanalizza molto, lasciando il dubbio su chi sia poi la persona peggiore del mondo del titolo) denota una capacità di scrittura non comune, che sa essere calcata e rapida nel delineare, come nella satira sociale, lo sfondo in cui si muovono i personaggi (il #metoo, la cancel culture, il femminismo confessionale), e sottile e lucida quando si cala invece nelle relazioni tra essere umani. Trier scrive tutti i suoi film assieme allo sceneggiatore Eskil Vogt, e Sentimental Value non fa eccezione. Se dico che Sentimental Value è più convenzionale, non lo dico certo per sminuirlo, anzi… solo che il racconto di questa famiglia disfunzionale, piena di non detti, di traumi non affrontati, di artisti egocentrici e incapaci di esprimersi intimamente in forme che prescindano dalla loro arte, rientra nel solco delle grandi saghe familiari e delle nevrosi e infelicità che la famiglia genera come nessun’altra istituzione. Il tono, lo sguardo, la scrittura, la bravura degli interpreti lo rendono però uno dei film più belli degli ultimi anni.
Il film si apre su una bella casa, una villa eclettica con giardino nel centro di Oslo. Le assi di legno rosse e nere, i bovindi, i palazzi contigui che si specchiano nelle belle finestre affacciate sugli alberi, e poi gli interni: il parquet scricchiolante, le crepe nei muri…
Carrelli, zoom in, dettagli: questa villetta è ripresa dall’esterno come si riprende un volto affascinante, con le sue rughe d’espressione; quando è ripresa dal basso, ne siamo come intimoriti.
All’interno, la macchina da presa si muove con la perizia di una sonda che scruta dentro a un corpo. Prima ci avviciniamo ad essa come a catturarne, con sveltezza, i primi sommari tratti; poi, ci entriamo come per scoprirne il funzionamento. Essendo una villetta con un che di gotico, ha il fascino irresistibile ma non rassicurante delle case stregate.
Mentre siamo introdotti a questa casa, una voce fuori campo (come in The Worst Person in the World) si chiede: ma una casa è più felice quando è vuota o quando è abitata dai rumori, dal vociare dei suoi inquilini? Ma la domanda si potrebbe anche ribaltare: le persone vivono meglio a stretto contatto con i propri ricordi e traumi passati o lontani da dove sono cresciuti?
Questa casa custodisce il passato dei protagonisti del film. Due figlie, Nora (interpretata dalla bravissima Renate Reinsve, già protagonista di The Worst Person in the World), attrice teatrale e protagonista di una serie tv di successo dalla vita caotica e incerta, la sorella Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas, altrettanto brava e forse di più visto che la sua parte è meno appariscente), che fa l’archivista, ha un figlio, un marito e un carattere più quadrato e remissivo, e il padre Gustav Borg (Stellan Skarsgard, anche lui bravissimo), grande regista cinematografico settantenne, venerato dalla critica per i suoi film ma ora un po’ in declino. Gustav torna a casa per il funerale della madre di Agnes e Nora, psicanalista che lì viveva e riceveva i pazienti. La casa però appartiene a Gustav, e prima ancora apparteneva a sua madre, morta suicida, e prima ancora ai suoi nonni.
Gustav è stato un padre piuttosto assente; se ne è andato da Oslo molti anni prima per dedicarsi alla sua carriera artistica.
Le figlie, sorprese di vederlo, pensano: sarà qui per vendere la casa. Ma lui la casa non vuole venderla, non prima di averci girato un nuovo film a cui tiene molto, testamentario, che sembrerebbe ispirato alla vita di sua madre. Gustav vorrebbe che fosse sua figlia Nora a interpretare il ruolo della protagonista. Lei non vuole, o forse vorrebbe, ma dice no; dovrebbe prima riuscire a perdonare il padre. Non se ne fa niente. Fino a quando Gustav, invitato a una retrospettiva a lui dedicata al festival di Deauville, non incontra un’attrice hollywoodiana (Elle Fanning), una star giovane e carina e popolarissima, che potrebbe interpretare il film e aiutarlo a trovare i finanziamenti.
Ma se per questo padre carismatico, piacione ma emotivamente inetto, il film non fosse altro che un tentativo di rimettere assieme i pezzi di una famiglia che ha trascurato? E se, essendo incapace di comunicare con la figlia se non da ubriaco, in penose telefonate notturne, fosse il cinema l’unico linguaggio che gli permette di farsi capire e di capirsi? Come se il suo ruolo di padre non potesse che esprimersi attraverso la dimensione subconscia dell’arte (e infatti, da bambina, anche l’altra figlia ha recitato in suo film, tetro, su occupazione nazista della Norvegia). D’altronde Sentimental Value è a suo agio con i cliché, anche quelli di stampo psicanalitico, a partire dalle cose più ovvie: il lavoro della madre di Gustav, per l’appunto, e il regista che intreccia e sovrappone la storia di sua madre a quella della figlia, che a sua volta vorrebbe solo che il padre le dicesse “brava”.
Trier guarda ai personaggi senza giudizio – senza dare nemmeno, come nel film precedente, l’impressione che lui stia giudicando i suoi personaggi –, talento che mi pare stia affinando nel tempo.
Non si può non guardare con affetto a questo padre artista, egotico, malinconico, bevone, poco verbalizzato; ed egualmente, si guarda a queste due figlie, quella più remissiva e quella indocile, ma entrambe desiderose della approvazione paterna, con affetto. Nelle mani di Trier, questi caratteri umani diventano eccellente materiale narrativo anche nella loro prevedibilità.
La violenza e il trauma dell’intimità – cercata, negata, sublimata – di Sentimental Value non può che far pensare a Ingmar Bergman. Trier non nasconde, anzi rende esplicita, la riconoscenza nei confronti del regista, qui come si vedrà anche in un piccolo omaggio a Persona (francamente, una delle cose peggio riuscite, a livello registico, di un film, come già detto, molto bello, molto ben scritto, splendidamente recitato).
È questa casa vissuta, invecchiata ma viva, che Gustav Borg vuole rendere set per il suo film. Ma un set è uno spazio impersonale, pensato con l’unico scopo di ospitare storie che ancora non esistono, o che non esistono se non nella forma in cui sono già accadute.
Quella casa, invece, è stata già teatro di storie irripetibili, per chi le ha vissute, e di emozioni inesprimibili: ha vissuto molte vite, drammi, liti, gioie, tristezze (anche dei pazienti della madre psicanalista), un suicidio (tema che Trier affronta spesso, anche in Oslo, 31 agosto). Porosa, ha trattenuto tutto, compresi i suoi fantasmi. Ha una natura ambivalente: luogo accogliente ma troppo denso di memoria per esserlo davvero.
Come le case che abbiamo abitato anche noi, quando eravamo versioni diverse di noi stessi.
Ogni casa, come insegna Mario Praz, è un autoritratto per stanze, mobili, corridoi. Autoritratto che continuiamo a scrivere nel tempo, buttando giù un muro, spostando un divano, comprando un quadro, fino al trasloco o alla morte.
Se le case hanno una vita, sono destinate anch’esse a morire, oppure a rinascere, a cambiare: solo così, irriconoscibili agli occhi di chi le ha abitate, possono essere pronte a ospitare altre famiglie, con i loro amori, le loro incomprensioni, i loro piccoli e grandi drammi.