Il Tribunale di Firenze ha disposto il sequestro di oltre la metà delle sezioni del carcere di Sollicciano. Non era mai accaduto prima in Italia. Pensato negli anni Settanta come istituto penitenziario modello, Sollicciano non è però mai stato minimamente all’altezza delle ambizioni utopiche che lo ispiravano; da anni è infatti in uno stato pietoso, insalubre e inumano. Un’ulteriore ragione per ripensare il sistema carcerario affinché sia davvero migliorativo per tutti.
L’estate penitenziaria italiana si è aperta con due notizie destinate a lasciare il segno nelle prossime settimane. Da una parte il coup de théâtre di Gianni Alemanno, che dopo mesi di sacrosante battaglie per i diritti dei detenuti ci ha messo una manciata di secondi, una volta scarcerato da Rebibbia, a convolare a nozze politiche con Roberto Vannacci e a mettersi al collo la sua nostalgica collana con la croce celtica.
Dall’altra il sequestro, per le condizioni inumane e degradanti in cui versano, di sette sezioni su tredici del carcere di Sollicciano. È la prima volta in Italia che si verifica qualcosa di simile. Sovraffollato, occupato perlopiù da persone di origine straniera molto giovani, e invaso di muffa e parassiti, l’istituto fiorentino è la fotografia perfetta di cosa sia oggi il sistema penitenziario italiano. Eppure c’era stato un momento, negli anni Settanta, in cui si era pensato che Sollicciano potesse divenire un carcere d’avanguardia. Fu durante la fase di progettazione, quando gli spazi e gli ambienti vennero disegnati in modo tale da rendere meno pesante la vita dei detenuti e favorire il loro reinserimento sociale e il contatto con il mondo di fuori. Un piano che si scontrò poi con la realtà politica, ostile a ogni forma di progressismo carcerario, e che di fatto non è mai stato messo in pratica.
La parabola di Sollicciano nel corso degli ultimi decenni è quella di tutto il sistema penitenziario italiano e del dibattito politico che ruota attorno a esso. La dimostrazione che ogni illusione di carcere all’avanguardia è destinata a spegnersi, anche se le premesse appaiono le migliori.
Nel 2025 l’associazione Antigone, che si occupa dei diritti dei detenuti, ha compiuto la sua ultima ispezione nel carcere di Sollicciano. Nella scheda si parla di mura completamente annerite per la muffa, di infiltrazioni e allagamenti, di celle senza luce in cui ci si può orientare solo con le torce, di wc senza scarico, di ambienti infestati da cimici e altri parassiti, di interruzioni dell’acqua calda, del riscaldamento e dell’elettricità. Nelle conclusioni veniva chiesta la chiusura dell’istituto.
Il rapporto non ha destato alcuna sorpresa in chi era a conoscenza delle condizioni del carcere di Sollicciano. Nel corso degli ultimi anni sono statioltre trecento i ricorsi da parte dei detenuti dell’istituto fiorentino che, in linea di massima, confermavano quanto rilevato da Antigone. Il fatto che in diversi casi i magistrati di sorveglianza abbiano dato loro ragione, fissando sconti di pena e risarcimenti secondo quella normativa che prevede un giorno in meno di carcerazione ogni dieci trascorsi in condizioni inumane e degradanti, è stata una conferma ulteriore della situazione drammatica. Che mese dopo mese ha continuato a peggiorare. Nella primavera 2026 il sovraffollamento nel carcere di Sollicciano ha raggiunto il picco del 170 per cento, con 640 detenuti a fronte di 367 posti disponibili. Sullo sfondo il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha sollevato una questione di legittimità alla Corte Costituzionale riguardante le condizioni inumane e degradanti in cui versa l’istituto, con la pronuncia attesa a settembre.
È in uno scenario di questo tipo che a giugno il Giudice per le indagini preliminari (Gip) del Tribunale di Firenze ha fatto una cosa che non era mai stata fatta prima in Italia: ha disposto il sequestro di sette delle tredici sezioni dell’istituto di Sollicciano (tre giudiziarie, dove si trovano le persone in attesa di giudizio definitivo; tre penali, dove si trovano le persone con condanna definitiva; e la sezione accoglienza, uno spazio comune riconvertito a luogo di detenzione per l’inagibilità di altre celle), con il trasferimento di centinaia di detenuti in altre carceri. E ha motivato il tutto con la “sistematica violazione delle norme su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”, ottenendo il plauso da parte di chi si occupa dei diritti dei detenuti ma anche dei sindacati di polizia penitenziaria, che ogni tanto sembrano ricordarsi che a condizioni di detenzione più dure corrisponde un aumento della conflittualità e dunque un ambiente di lavoro più malsano.
Da diverso tempo il carcere di Sollicciano veniva descritto come “il peggiore d’Italia”. Un istituto dove due terzi della popolazione è di origine straniera, un elemento che c’entra poco con lo slogan degli “stranieri che delinquono di più” ma che va interpretato alla luce della criminalizzazione della marginalità tanto in voga tra gli occupanti attuali di Palazzo Chigi e che comporta un aumento della tensione nelle celle nel momento in cui le si riempie di centinaia di persone provenienti da culture e religioni diverse. Un istituto con una popolazione media molto giovane, effetto di provvedimenti come il decreto Caivano che ha facilitato l’incarcerazione dei minorenni e il loro trasferimento dalle carceri minorili a quelle per adulti al compimento della maggiore età. Problematiche comuni in maniera più o meno marcate alla gran parte degli altri istituti penitenziari d’Italia, dove le denunce per il sovraffollamento insostenibile e le condizioni di detenzione inumane e degradanti si sprecano, a dimostrazione di come Sollicciano sia solo la punta dell’iceberg. Per riprendere le parole di Giuseppe Fanfani, il garante dei diritti delle persone private della libertà per la Regione Toscana, “Sollicciano è l’emblema del malessere del carcere italiano, non è un caso isolato”.
Eppure, come accennato, l’istituto fiorentino era stato pensato come un carcere modello. Il suo progetto risale al 1973, due anni prima della riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975. Erano gli anni in cui, quanto meno a parole, si stava affermando il concetto del fine rieducativo e non punitivo della condanna e del superamento delle vecchie carceri ottocentesche. Questa idea si riprodusse nelle tavole con cui gli architetti Andrea Mariotti, Gilberto Campani, Piero Inghirami, Italo Castore, Pierluigi Rizzi ed Enzo Camici si immaginarono il carcere di Sollicciano.
Una struttura a forma di giglio per simboleggiare il legame con la città di Firenze, immersa nel verde delle campagne fino a inglobare la vegetazione al suo interno con giardini e vie alberate. Il superamento del modello settecentesco del panopticon, quello della struttura circolare con una torre di guardia centrale, a favore di una planimetria più “orizzontale” con i diversi settori posizionati attorno a una via centrale e le celle affacciate sugli spazi comuni per ridurre la sensazione di isolamento. Un utilizzo minore del ferro e una preponderanza del vetro per consentire alla luce di entrare e allo sguardo dei detenuti di uscire. La predisposizione di attività culturali come un teatro, un cinema, una biblioteca aperti anche al pubblico esterno così da mantenere una qualche forma di interscambio tra le persone private della libertà e quelle libere, fondamento del reinserimento sociale.
Il progetto perse da subito parte della sua ispirazione progressista, addirittura prima ancora della sua messa in funzione, nel 1983. Nei decenni successivi la totale carenza di manutenzione e la crescita del sovraffollamento, causa ed effetto del perdurare di quell’idea squisitamente punitiva della condanna, hanno contribuito ad affossare definitivamente l’utopia Sollicciano. Che da modello positivo che doveva essere si è trasformato in emblema del fallimento del sistema penitenziario italiano. Nell’ultima legge di bilancio il governo Meloni, dopo anni di immobilismo, ha stanziato nove milioni di euro per la ristrutturazione del disastroso carcere fiorentino. Si è dovuto aspettare maggio perché il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria si attivasse per appaltare i lavori e se ora le procedure dovessero velocizzarsi è solo perché si è arrivati al primo sequestro di un carcere in Italia.
La parabola di Sollicciano apre grossi interrogativi: può un carcere essere moderno e progressista o i concetti di modernità e progressismo sono inconciliabili con l’idea stessa di carcere? La storia recente ci dice che la risposta corretta è la seconda. Ogni volta che si è provato a migliorare le condizioni di vita all’interno delle carceri, che si è cercato di modernizzarle, si è andati incontro a forme più o meno marcate di stigmatizzazione e fallimento. Le condizioni penitenziarie restano inumane e degradanti perché il sistema è fondato su un terreno politico e culturale che non vuole immaginare un’alternativa al degrado e alla disumanità. Ecco perché la ristrutturazione del carcere di Sollicciano, o l’apertura di carceri più moderne per alleviare la pressione su quelle già esistenti, come vorrebbe il governo, sono solo un palliativo.
Valeria Verdolini nel suo Abolire l’impossibile parla della prigione come di “una tecnologia di potere, uno strumento di contenimento e, soprattutto, una macchina di riproduzione delle disuguaglianze” e riprende Angela Davis quando si chiede: perché diamo per scontato il carcere? L’istituto di Sollicciano era stato pensato come un modello, come un’utopia progressista, ma ci ha messo poco a sgretolarsi e a trasformarsi nell’emblema del fallimento. Altri istituti che oggi raccontiamo come modello, l’istituto di Bollate per esempio, sono in realtà strutture dove la Costituzione italiana e l’ordinamento penitenziario vengono rispettati un po’ più che altrove, ma che non possono fare a meno di replicare quelle storture insite nel concetto stesso di carcere.
“L’unica soluzione per Sollicciano è abbatterlo”, ha detto l’associazione Antigone nella sua ultima visita all’istituto fiorentino. Abbatterlo per non ricostruirlo mai più e fare progressivamente lo stesso con gli altri istituti sparsi nel resto del paese. E puntare su misure come l’indulto – professate perfino da Gianni Alemanno prima del suo forse non imprevedibile coup de théâtre vannacciano – mettendo il resto delle fiches sulle misure alternative alla detenzione, le uniche che hanno realmente dimostrato di poter funzionare. Il primo sequestro di un carcere in Italia per le condizioni inumane e degradanti è il punto di non ritorno che obbliga a prendere nuove vie radicali. A ripensare tutto il sistema penitenziario italiano, a decostruirlo, a smettere di darlo per scontato.