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Benedetta Fallucchi

Viaggiare scambiandosi la casa

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Lo scambio casa è una pratica in crescita che offre un’alternativa al turismo tradizionale basata su fiducia e reciprocità. Un modello che riduce i costi e cambia il modo di viaggiare, ma che si scontra ancora con la diffidenza di molti potenziali utenti.

In un film coreano di diversi anni fa, Ferro-3, di Kim Ki-duk, il protagonista si installava in case temporaneamente vuote – poco importava che fossero residenze umilissime o magioni da super ricchi – e dormiva nei letti dei proprietari, usava i loro asciugamani, i loro pigiami, le loro scorte alimentari, ma lavava anche i panni sporchi, riparava gli oggetti rotti, annaffiava le piante. Non vandalizzava, non rubava, né occupava in maniera stabile: semplicemente sfruttava un bene che in quel momento era sotto-utilizzato. 

Ecco, a volte, quando parlo della mia esperienza di scambio casa, registro nei miei interlocutori un disagio e un’apprensione che rimanda esattamente all’immaginario di quel film (e in parte anche a quello di un altro lungometraggio coreano, Parasite, in cui una famiglia di disperati riesce con l’inganno a trasferirsi e a vivere alle spalle di quelli che gli hanno dato lavoro). 

È ovvio: una casa non custodisce solo i mobili e gli oggetti dei suoi abitanti, ma soprattutto le loro storie più private. Una reazione classica dunque è: “Bello ma io non potrei mai”.  C’è sempre il timore della mano estranea che fruga nei cassetti, sfoglia gli album delle fotografie, si mette addosso il vestito del matrimonio, rompe l’urna con le ceneri dell’avo. Gli effetti personali, la biancheria intima, i cimeli: come si fa a lasciarli alla mercé altrui? La presenza incontrollata dentro casa è vissuta come un’invasione, un’usurpazione. 

Per quanto mi riguarda, se provo a figurarmi la mano estranea che apre i miei armadi, immagino la delusione di trovarsi di fronte a capi assolutamente normali, il cui unico valore consiste, al limite, nei ricordi che possono evocare in me, in quell’affetto un po’ stolido che si prova per le cose che ci accompagnano per lungo tempo. A chi possono interessare i nostri jeans slabbrati e le sneakers consumate? 

È ovvio: una casa non custodisce solo i mobili e gli oggetti dei suoi abitanti, ma soprattutto le loro storie più private.

Poi, certo, esistono casi limite. La mia amica F. mi ha raccontato la storia di un conoscente che, invitato in un’abitazione privata a cena, era stato colto in flagrante mentre annusava gli abiti dal guardaroba: “Non riesco a resistere”, le confidò l’uomo, “se mi trovo in una casa sconosciuta sento l’impulso irrefrenabile di sentire l’odore degli indumenti di chi vive lì”. 

Bisogna ammettere dunque che aderire alla filosofia dello scambio casa comporta almeno un atto di ottimismo e di fiducia nei confronti del prossimo, come quello che verrà riservato a noi – cosa peraltro non facile in un Paese come l’Italia in cui il sentimento dominante è quello della diffidenza, come certifica un recente sondaggio dell’Università di Urbino. 

Ma cos’è lo scambio casa? Non molto di più di quello che dice il nome: si va nella casa di un’altra persona in un’altra città e si lascia la propria in cambio. Gli scambi possono essere reciproci e simultanei, reciproci non simultanei, oppure in alcuni casi, esiste la possibilità di utilizzare dei punti. In pratica, i punti funzionano come una valuta interna al sistema: si può andare a casa di qualcuno (o ricevere qualcuno a casa propria) senza reciprocità, ma a patto di usare questa “moneta” che si ottiene solo grazie a precedenti scambi o dopo aver ospitato altre persone: non può essere mai acquistata dal denaro vero. 

Per quanto sembri il tipico concetto partorito dal boom della cosiddetta sharing economy, le prime forme di questo servizio risalgono addirittura agli anni Cinquanta: dall’iniziativa di alcuni insegnanti europei e americani che, avendo vacanze prolungate, si scambiavano le abitazioni al fine di risparmiare sulle spese. In seguito vennero i cataloghi cartacei e, infine, a partire dalla fine degli anni Novanta, con il passaggio al digitale, le possibilità di espansione del progetto si fecero via via più concrete. 

Sono diverse le piattaforme disponibili: Intervac, Peoplelikeus, Homelink; esistono poi comunità di scambio casa più di nicchia, come ThirdHome, che riguarda addirittura le terze case (sic!) e si configura più che altro come un club per ville e abitazioni di lusso; o come Behomm, rivolto ai creativi e agli amanti del design (secondo sic!), cui si accede solo dietro invito.  

La più grande è HomeExchange – ed è anche quella che conosco meglio, dal momento che i miei scambi sono tutti passati da lì. È un’entità franco-statunitense che copre circa il 70% del mercato, con ben 155 paesi e oltre 270.000 membri – secondo le informazioni fornite dalla società. Nel 2025 sono stati 2 milioni i viaggiatori che hanno usato i servizi di HE e la piattaforma punta a raggiungere 15 milioni di pernottamenti a livello globale entro il 2026. 

Antonella Gallino, local manager di HE, mi dice che anche la comunità italiana è in aumento: sono 11.000 gli iscritti e il 2025 ha visto un incremento del 45% degli scambi finalizzati nel nostro Paese rispetto all’anno precedente, confermando l’Italia come il quarto mercato più grande per la piattaforma.

HE, come altri analoghi servizi, si basa sul principio del consumo condiviso, ma, diversamente da altri modelli di business emersi con la sharing economy e la cui reputazione si è fortemente compromessa – vedi Airbnb – non prevede nessuna transazione monetaria tra gli utenti: si paga solo l’iscrizione alla piattaforma. Quando ho iniziato a usare il sistema, le funzioni erano, rispetto a oggi, più primitive: c’erano minori garanzie e si perdevano ore e ore a scrivere i messaggi in inglese, in francese, a cercare di arrabattarsi con altri idiomi. Adesso l’intelligenza artificiale e la traduzione automatica semplificano molto il lavoro, e in più sono previste delle misure a tutela di eventuali danni o problemi legati allo scambio. Domando a Gallino se è possibile avere un’idea di come vanno davvero le cose: “La percentuale di scambi senza incidenti è del 99,7%”, mi dice. “Per lo più, si tratta di danni materiali involontari, oppure si creano questioni per la non conformità della casa rispetto all’annuncio”. Insomma, il livello di soddisfazione è molto elevato. 

Quando ho iniziato a usare il sistema c’erano minori garanzie e si perdevano ore e ore a scrivere i messaggi in inglese, in francese, a cercare di arrabattarsi con altri idiomi.

Per quanto possa valere, ciò è vero anche nella mia esperienza. Magari non sempre la relazione con la controparte è perfetta; come è normale, con alcuni va meglio, con altri peggio. Io ho viaggiato perlopiù in Europa, e questo magari facilita le cose, ma ho degli amici che sono riusciti a scambiare casa in Giappone – dove non è così scontato andare nelle abitazioni altrui, anche considerando le dimensioni medie delle case in città – o persino alle Hawaii. 

Per finalizzare l’accordo e sperare di trovarsi bene reciprocamente ci si lascia guidare dalle sensazioni suscitate dalle foto della casa, dalle descrizioni che i proprietari forniscono su di sé, dalle prime mail di contatto: per dire, se un uomo vive da solo e scrive che non vuole a casa sua bambini al di sotto dei dieci anni, difficile che io gli proponga uno scambio anche se mio figlio ne ha già compiuto undici; oppure, se chi deve venire a casa mia mi confessa che viaggerà anche con la nonna, la zia, la nuora e la cognata al seguito e si arrangeranno con dei tappetini per terra, questo susciterà in me qualche perplessità. Ci vuole un po’ di buon senso e di leggerezza: di recente mi hanno proposto di alloggiare i ragazzi nella yurta mongola che avrebbero allestito all’uopo in giardino. Ho declinato. Magari a qualcun altro l’idea sarebbe risultata stuzzicante, che male c’è? Comunque grosse difficoltà non ne ho mai avute. Anzi. Molti bei ricordi. 

Il primo scambio non si scorda mai. Per noi è stato ad Amsterdam. Con un certo stupore, scambiavamo il nostro appartamento romano un po’ scapigliato con una casa di design su tre piani. Per facilitare la consegna delle chiavi ci eravamo accordati in modo tale che noi arrivassimo il giorno precedente alla partenza degli olandesi. Eravamo ospiti dei nostri ospiti. Il livello di affidamento reciproco era tale che lo scambio includeva anche il rispettivo utilizzo delle automobili. 

Al tempo, il mio primo figlio era un neonato di qualche mese e il nostro biglietto da visita con i proprietari di casa fu un suo piccolo eccesso intestinale che produsse, esattamente l’istante dopo che avevamo varcato la soglia dell’abitazione, una spaventosa macchia longitudinale sulla sua tutina. Ma la proprietaria di casa, biondissima, magrissima e algidissima, non si scompose, mi aiutò a lavare mio figlio tenendolo in equilibrio sul lavabo e mi porse del sapone per sfregare via la macchia dalla tutina. 

L’indomani gli olandesi partirono e iniziammo a mandarci reciprocamente messaggi con opinioni e consigli su panetterie, ristoranti, musei e quartieri da esplorare – ancora non esistevano gli influencer: era dunque utile e piacevole darsi informazioni e suggerimenti sulle rispettive città e sulle cose da fare. Non solo: era stimolante anche solo guardare i volumi allineati sui loro scaffali o vedere le soluzioni pensate per certi spazi – concordo con Antonella Gallino quando mi dice che già entrare in una casa altrui rappresenta un viaggio. 

Al ritorno a Roma scoprimmo che la signora biondissima, magrissima ma in definitiva non algidissima, aveva lasciato tantissimi post-it a commento dei nostri libri, oggetti, quadri. 

Non dico che siamo diventati amici, ma è stato certamente qualcosa che molto si approssimava a un’affinità di interessi. 

Qual è l’utente-tipo di questo genere di servizi? Per quanto riguarda HE, Gallino dice che la quota più rappresentativa è quella delle famiglie, per ovvie ragioni economiche; poi ci sono i pensionati (che hanno tempo e magari disponibilità finanziaria per viaggiare); le coppie senza figli e i viaggiatori single. Più difficile capire il profilo socio-economico: secondo Gallino, che conosce soprattutto i membri italiani, c’è un po’ di tutto: “è come fare una fotografia della biodiversità, umana e professionale dell’Italia”, ma sicuramente una caratteristica tipica dello scambiatore è “la flessibilità, la capacità di adattarsi agli spazi degli altri, ai posti nuovi”. 

Di certo risiedere, seppure solo per qualche giorno, in uno spazio autentico, vissuto, che trattiene ancora l’anima e il respiro dei suoi abitanti, offre un senso di condivisione diverso. Airbnb è ormai diventato la bestia immorale da contrastare, l’esempio di come dietro a parole quali “comunità” e “condivisione” si celi sempre l’inganno del puro profitto. Per di più, ha prodotto distorsioni significative sia nel mercato immobiliare che in quello turistico. Viaggiare praticando lo scambio casa, lo ammetto, allevia il senso di colpa del turista e “riumanizza” l’esperienza, eliminando la spersonalizzazione e massificazione percepita nelle strutture ricettive tradizionali – inoltre, ammettiamo pure questo, ammortizza parecchio i costi. Ed è vero che arrivi nel luogo della vacanza sugli stessi aerei-carri bestiame, gli stessi traghetti, e attraverso le stesse autostrade di tutti gli altri turisti-cannibali come te, tuttavia a volte è il caso a guidarti più che la destinazione ambita, e questo magari ti porta su circuiti meno battuti, decongestionando quelli più inflazionati. Noi per esempio anni fa siamo finiti in un paese a 25 km di Lione dove di turisti non se ne vedono poi tanti e Lentilly (il nome di quel paese) è stata la prima parola pronunciata dal minore dei miei figli. 

Ma non vorrei sembrare invasata, o, peggio, prezzolata. Devo chiedermi se ancora una volta sono vittima di una retorica, di un’illusione; interrogarmi in modo critico.  

Uno studio nel 2016 relativo a piattaforme come HomeExchange o Couchsurfing sottolineava alcuni lati positivi incontrovertibili – come la creazione di una relazione negoziale e simmetrica, alternativa ai canali turistici classici, e la contemporanea rottura dei modelli turistici tradizionali di centro-periferia – ma evidenziava anche come il fenomeno fosse sostanzialmente limitato a certe realtà (Europa, America, Canada, Australia, Nuova Zelanda). In quest’ottica lo scambio casa costituirebbe un “Western affair”, in cui una certa disposizione mentale e culturale si salda con la certezza di potersi muovere in autonomia in contesti diversi ma sostanzialmente “familiari” (è l’effetto della standardizzazione delle città: a Roma come a Parigi o a Boston un viaggiatore medio sa sbrigarsela da solo, senza necessità di intermediari). 

Prendendo come riferimento sempre HE, è vero che gli scambi avvengono in misura molto maggiore nei paesi europei e anglofoni, ma a volte, sostiene Gallino, bisogna considerare i fattori culturali, le resistenze, le problematiche morfologiche (per esempio, la vastità e diversità di un Paese come il Brasile).  

Un altro studio più recente evidenzia come il modello dello scambio casa, seppur virtuoso, certo si limita a certificare le disuguaglianze sociali, perché in definitiva a beneficiarne maggiormente sono quelli che possiedono immobili in luoghi considerati attrattivi per il turismo. 

Viaggiare praticando lo scambio casa, lo ammetto, allevia il senso di colpa del turista e “riumanizza” l’esperienza, eliminando la massificazione percepita nelle strutture ricettive tradizionali.

Lucia Tozzi, che si occupa di politiche urbane, è dello stesso avviso: giudica positivamente il ricorso alla negoziazione, l’assenza di lucro, così come il fatto che, “a differenza del turismo a pagamento, non stai scacciando nessuno”, ovvero non vai a impattare sulle dinamiche abitative del luogo. Ma, mi dice, vede lo scambio casa, al pari di molte pratiche legate alla sharing economy, come un vantaggio per chi già è avvantaggiato: “intanto una casa ce la devi avere, e meglio se ne hai pure una seconda. Se non la hai, te ne vai in albergo e paghi. E poi: sarei felicissima di sapere che vengono scambiate case anche a Secondigliano ma di sicuro non è così” – anche se qui, interpellata in merito, Gallino mi risponde che il sistema dei punti di HE è stato introdotto per dare a tutti, anche a chi vive in luoghi meno turisticamente appetibili, maggiori possibilità di fare esperienze di scambio. Per dire: se ho una casa nella campagna molisana avrò di certo meno richieste rispetto a un appartamento a Venezia, ma posso ospitare accumulando punti da spendere poi per i miei viaggi. 

Secondo Tozzi, lo scambio casa può essere messo sotto il cappello del mito del cosmopolitismo, un mito astrattamente democratico e nobile, ma spesso ipocrita. Al netto dei pregi, dunque, “non bisogna nascondersi che si stanno riproducendo delle dinamiche sociali ed economiche”, ovvero quelle di un’upper class che ha capitale immobiliare e culturale da scambiare. È importante, continua, “che non sia spacciata per una soluzione, perché non è una soluzione universale al turismo di massa né può essere presentata come una cosa democratica: diciamo che è una pratica moderatamente elitaria”. 

Con qualche riluttanza ma posso convenire che sì, probabilmente, lo scambio casa non sarà la panacea per i mali del turismo globale, e pure accettare l’idea di far parte di un movimento “moderatamente elitario”: si tratta tutto sommato di una critica benevola, che non intacca i pregi della pratica, né, a un livello più personale, il gusto di immaginarsi altre vite possibili. È una fantasticheria, questa sì, a buon mercato, che non comporta nessun esborso: le case, le vite, sono quelle altrui. Possiamo prenderle in prestito brevemente. A patto di mettere anche la nostra abitazione, e dunque in qualche misura la nostra intimità, a disposizione degli sconosciuti. Un buon messaggio per un Paese di diffidenti. 

Benedetta Fallucchi

Benedetta Fallucchi è giornalista, scrittrice e lavora nella sede di corrispondenza romana del maggiore tra i quotidiani giapponesi. Il suo primo libro è L’oro è giallo (Hacca, 2023).

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