Quanto ci manchi, Arbasino! - Lucy
Compagni di strada

Goffredo Fofi

Quanto ci manchi, Arbasino!

l 22 marzo di cinque anni fa moriva Alberto Arbasino. Figura fondamentale per la cultura italiana del secondo Novecento, la sua originalità, curiosità e intelligenza sono oggi molto rimpiante.

Alberto Arbasino, morto nel 2020 a 90 anni, fu il perfetto esemplare di un’Italia in pieno movimento, quella degli anni del “miracolo economico”.  Rifiutò (non fu il solo) i moduli narrativi e le convenzioni morali (perlopiù moralistiche) del neorealismo con Le piccole vacanze (1957) e L’Anonimo lombardo (1959), ma anche con la frizzante sceneggiatura di La bella di Lodi per l’amico Mario Missiroli (riscritta per Einaudi, nel 1972) e via via con gli splendidi articoli “da conversazione” che uscirono sul settimanale «Il Mondo», e sul quotidiano milanese «Il Giorno», presto raccolti in volume.

Le sue recensioni diventarono un riferimento indispensabile per molti della mia generazione, insoddisfatti delle retoriche vigenti sia comuniste che laiche, e desiderosi di scoprire voci più adeguate al nostro sentire, al nostro vivere e alle nostre aspirazioni. Arbasino si rifaceva a una “linea lombarda”, dossiana e poi gaddiana, e a una tradizione più inglese che tedesca, e semmai francese e statunitense, fitzgeraldiana. Non dimenticando – ci mancherebbe! – Borges…

Articolo dopo articolo, le sue scoperte (anche da critico d’opera e di teatro giramondo) ci guidarono alla conoscenza di vecchi e nuovi scrittori, preparandoci all’avventura non del Gruppo 63 (che differenza tra Arbasino e Balestrini!) ma di maestri lontani (la grandissima Ivy Compton-Burnett, che egli fece in tempo a intervistare) e anche vicini (dal già citato Borges a Capote) e italiani, risalendo oltre Gadda a un certo Settecento e, più selettivamente, a un certo Ottocento ancora illuminista e appunto “lombardo”.

Suoi tratti distintivi: un modo colloquiale arguto, un’attenzione (e talvolta perfino una pietas) di tipo nuovo per le figure più vivaci della storia della cultura e per le più originali e spumeggianti del mondo in cui viveva – guardando sempre oltre i suoi confini, da insofferente del nostro ostinato provincialismo quale era. 

“Le sue recensioni diventarono un riferimento indispensabile per molti della mia generazione, insoddisfatti delle retoriche vigenti sia comuniste che laiche, e desiderosi di scoprire voci più adeguate al nostro sentire”.

Ci servì molto, Arbasino – ma senza affatto rinunciare ai nostri maestri “marxisti” e post-marxisti, diciamo pure francofortesi. Noi della generazione del ‘68 ci servimmo di lui per un indispensabile “aggiornamento”, a ben vedere speculare a quelli proposti da Kennedy, Gorbaciov, Giovanni XXIII… Con buona pace di Adorno e di Fortini, sempre col dito puntato contro la frivolezza di qualsiasi gioco, nell’incomprensione della funzione e della necessità del gioco. Da condirettore dei «Quaderni piacentini» mi toccò, per non incorrere nella scomunica dei miei più vicini amici e maestri, frequentare un po’ di nascosto Umberto Eco, che mi dava lavoro come traduttore e da cui ebbi molto da imparare – e fui tra i pochi, sul fronte di una accanita sinistra o saccente o sprezzante, a divertirmi con Il nome della rosa (e a impararne), e a presentarlo con lui e con altri e diversi amici in una calda serata milanese alla Sormani…

Mi fu dunque facile, più tardi, intrattenere buoni rapporti con Arbasino, che incontravo spesso per strada, abitando lui a due passi dalla redazione de «Lo Straniero», e che a ogni nuova uscita di un suo libro mi gridava “sii clemente, Fofi, sii clemente!” e mi lasciava in portineria bustoni di bozze… Ma non era solo l’aspetto giocoso ad attirarmi di Arbasino quanto la sua acutezza sociologica, antropologica. Da protagonista e da narratore della nuova Italia, certamente becera ma per alcuni aspetti splendida (nel cinema, per esempio, grazie a Fellini, Pasolini, Antonioni, Rosi, Monicelli, Risi e la commedia, e grazie a Bellocchio e a Bertolucci; in teatro grazie a Ronconi e a Testori e alla brulicante novità e libertà di giovanili gruppi di “nuova drammaturgia”; in poesia grazie a Zanzotto, Sereni, Giudici, Raboni; in letteratura grazie a Morante, Ortese, Volponi, Calvino, Bianciardi…).

Si può collegare Arbasino – più di ogni altro scrittore e regista italiano suo contemporaneo – alla ventata di libertà che aprì la via a una generazione animosa, e alla lunga, ahi noi, assolutamente sconfitta, ma il cui esempio potrebbe ancora rivelarsi importante in futuro. “Mai dire mai” diceva il geniale tedesco che anche Arbasino seppe ammirare – e non poteva essere altrimenti… 

Ma è opportuno alludere all’altro motivo che ebbero molti di noi per apprezzare l’opera arbasiniana. Oso dire che, con il grande Gallino, con Ferrarotti, con Panzieri e Pizzorno al Nord e con Rossi-Doria e i suoi allievi al Sud, è stato Arbasino a capire e raccontare meglio di tutti gli accademici titolati la grande mutazione degli anni del “miracolo economico”, nei suoi luoghi centrali ma anche e preferibilmente in quelli di contorno. E nel farlo, ha adottato uno sguardo talora più incisivo e partecipe di quanto non fosse quello degli studiosi.

Memorabili sono i suoi diari di viaggio in Italia e all’estero, la sua inesauribile curiosità per il “nuovo” – possedendo poi lui la capacità di distinguere il “nuovo” davvero incisivo, a suo modo radicale, da quello superficiale e transitorio. E se L’Anonimo lombardo e Fratelli d’Italia sono due romanzi imprescindibili per capire chi stavamo diventando, Un paese senza e In questo Stato resteranno, come altrettanti “romanzi”, tra i più fedeli grandi ritratti di un’Italia insieme antica e nuova, anzi nuovissima… veridiche rappresentazioni di una mutazione in atto, capaci di coglierne saggiamente sia la necessità che la frivolezza, sia la profondità che la superficialità.

Goffredo Fofi

Goffredo Fofi è saggista, critico cinematografico e letterario. Il suo ultimo libro è Cari agli dèi (Edizioni E/O, 2022).

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