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Martino Mazzonis

I diritti umani non contano più niente?

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Per oltre trent’anni i diritti umani hanno funzionato come un quadro di riferimento condiviso per interpretare e giustificare l’azione politica globale. In questa intervista, l’esperto Stefan-Ludwig Hoffmann spiega perché oggi quella episteme è entrata in crisi e può essere storicizzata.

Negli ultimi due anni la violazione dei diritti umani ha smesso di essere uno degli argomenti utilizzati dalla comunità internazionale per imporre sanzioni, condurre azioni militari o avviare procedimenti nelle corti internazionali. Il richiamo all’osservanza di alcuni principi, la scelta di usare sanzioni contro il comportamento di questo o quel regime, il rispetto dei giudizi delle corti internazionali, sembrano appartenere al passato. In un’intervista con il «New York Times», il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha del resto spiegato che il diritto internazionale “non mi serve” e che l’unico limite politico che riconosce è la sua morale. Anche agli occhi delle opinioni pubbliche, le parole e le azioni di Trump, come il doppio standard adottato dall’Europa nel rispondere ai conflitti in Ucraina e Gaza, sono la certificazione di un atteggiamento cambiato. Con tutte le enormi ambiguità del caso, nei decenni immediatamente successivi alla Guerra fredda le cose erano diverse. Come è cambiato il modo di concepire i diritti umani nella storia contemporanea, in Occidente e altrove? 

“Ciò a cui stiamo assistendo è la scomparsa dei diritti umani come tema di discussione politica. Non lo si usa, anzi potrei dire che lo si ignora o derubrica. C’è innegabilmente un passo indietro, ma la questione dei diritti umani emerge qua e là in momenti e attorno a problemi e interrogativi diversi. Insomma, l’idea è chiaramente in crisi rispetto agli anni Novanta, ma non è scomparsa”. A dirlo è Stefen-Ludwig Hoffmann, professore di Late Modern European History a Berkeley, in California.  Tra novembre e dicembre, Hoffmann è stato ospite dell’Istituto Ciampi a Firenze, dove ho avuto l’occasione di incontrarlo per parlare del suo oggetto di ricerca.

Ucraina, Gaza, guerre dimenticate, diritto internazionale calpestato, Stato di diritto sotto attacco. L’evoluzione dei diritti umani è finita? Per questo è diventata materia per gli storici?

L’idea di affrontare alcuni fenomeni dal punto di vista dello storico nasce quando osserviamo alcune cose, in questo caso un concetto, e verifichiamo che smette di essere egemone. Mi pare che la contemporaneità ci dica in maniera piuttosto chiara che abbiamo voltato pagina rispetto all’era dei diritti umani. Il mio punto di partenza è l’osservazione che negli anni 2010 è emersa una storiografia dei diritti umani. Prima non esisteva. I diritti umani, insomma, sono diventati oggetto di studio per gli storici. Questi, naturalmente, arrivano sempre per ultimi: politologi, sociologi, giuristi lavorano sulle questioni del nostro tempo. Ma una volta che qualcosa non è più ciò che Michel Foucault chiama episteme, un sistema di regole che orienta la conoscenza, che definisce quali discorsi siano accettati all’interno di un sistema sociopolitico, una volta che questo non è più un dato di fatto, diventa oggetto di studio degli storici. È da qui che nasce il mio interesse. Credo che siamo al punto in cui sia possibile storicizzare l’entusiasmo per i diritti umani che abbiamo visto tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. 

Forse il contraccolpo è anche dovuto al superamento dell’idea dell’Occidente come portatore di una missione civilizzatrice dopo il disastro della seconda Guerra del Golfo, all’uso spesso ipocrita del concetto. Viene in mente l’immane disparità tra il discorso occidentale sull’Ucraina e su Gaza: da una parte democrazia e diritti devono prevalere, dall’altra si sono chiusi gli occhi di fronte a palesi violazioni del diritto internazionale. Un leader che parla di diritti umani rischia di non convincere nessuno, 35-40 anni fa invece poteva funzionare per convincere le opinioni pubbliche che una scelta era giustificata, talvolta mobilitarle. Se l’idea non è scomparsa, la domanda è: dove e come resiste?

La “promessa” di una continua espansione dei diritti umani torna in diversi momenti della storia in forme e con parole diverse: il concetto di diritti umani individuali diviene centrale nella politica globale solo dopo la fine della Guerra Fredda. Negli anni Settanta e Ottanta i “diritti umani” coesistevano e si sovrapponevano ad altri idiomi morali e politici come la “solidarietà” e includevano nozioni concorrenti di diritti, che per molti versi erano ancora debitrici dell’eredità del socialismo e dell’anticolonialismo, come ad esempio nel movimento transnazionale contro l’apartheid. È stato solo dopo la fine della Guerra Fredda che i diritti umani sono emersi come quadro esplicativo per comprendere ciò che era appena accaduto.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale l’idea era parte della promessa di un ordine internazionale che avrebbe garantito la pace e reso impossibile il ripetersi di conflitti devastanti. Idea in qualche modo sottesa in tutti quei documenti fondativi delle Nazioni Unite redatti nel giro di pochi anni. Si inizia con la Carta ONU, poi la Dichiarazione per la prevenzione del genocidio, la Dichiarazione universale e la Convenzione di Ginevra del 1951. Il tentativo era garantire al mondo un ordine internazionale basato su regole precise e rendere impossibili quel tipo di guerre di aggressione. Quella è una fase in cui emerge la prima “promessa” di un ordine nel quale i diritti umani abbiamo un peso. Poi, negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, questo internazionalismo delle Nazioni Unite per i diritti umani, se vogliamo chiamarlo così, assunse la promessa della decolonizzazione. In sostanza, diritti umani e autodeterminazione divennero quasi sinonimi, la liberazione come affermazione dei diritti di tutti. Nel giro di pochi anni, le nazioni postcoloniali costituirono la maggioranza nell’Assemblea Generale e produssero la Dichiarazione per la Concessione dell’Indipendenza del 1960, il Patto sui diritti sociali ed economici e quello sui diritti civili e politici. Tutti contenevano la promessa di autodeterminazione. Questo è in un certo senso uno dei pilastri dell’ordine internazionale postbellico e postcoloniale: autodeterminazione e diritti umani. Negli anni Novanta siamo ancora in una nuova fase e una nuova concezione dell’idea di diritti umani che emerge dopo un altro crollo dell’ordine mondiale: quello della Guerra Fredda. Si trattava, soprattutto in Occidente, dell’idea come quella di diritti esclusivamente individuali non legati a quelle che erano considerate utopie fallite: il socialismo, ma anche l’anticolonialismo.

I diritti umani come promessa che non dura granché…

L’idealismo dei diritti umani, a mio avviso, non è la causa ma la conseguenza delle rotture epocali della fine del XX secolo. Per molti versi, i diritti umani hanno sostituito la fede in un diverso tipo di utopia, ed è per questo che il mio collega e amico, lo storico Samuel Moyn, ha intitolato il suo famoso libro sui diritti umani The Last Utopia. Un’utopia che prometteva diritti individuali. Le crepe nella promessa di questa ultima utopia le cominciamo a vedere con l’intervento in Kosovo, la prima guerra nella storia della Nato e la prima a essere lanciata in nome dei diritti umani ma fuori dal diritto internazionale. Un punto di svolta in questo senso mi pare possa essere individuato nell’interventismo aggressivo degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, quando si usava il linguaggio dei diritti umani, accompagnandolo all’idea dell’esportazione di democrazia, del libero mercato e promuovendo il cambio di regime. È in questa fase che cresce una critica dei diritti umani da parte della destra e della sinistra radicali, ma anche da giuristi postcoloniali che smascherano alcune di queste ipocrisie che non erano visibili allo stesso modo a coloro che si battevano per i diritti umani negli anni Novanta e nei primi anni 2000. C’è una sorta di disillusione e critica di quel modo di intendere i diritti umani che coinvolge anche ambiti di attivismo per quella causa, ci si chiede quale sia il posto effettivo dei diritti umani nel mondo contemporaneo.

Ciò a cui assistiamo negli ultimi cinque o dieci anni è ciò che mi rende riluttante dal sostenere che quell’idea  abbia esaurito il suo ruolo: gran parte dell’infrastruttura per i diritti umani, se vogliamo usare questo termine, è ancora in piedi. Abbiamo più ONG di quante ne abbiamo mai avute nella storia; abbiamo le istituzioni internazionali create fra il 1945 e gli anni Novanta, ad esempio la Corte penale internazionale. Queste istituzioni esistono e svolgono il loro lavoro. Stiamo assistendo anche a un crescente attivismo di base che sostiene una concezione più ampia dei diritti umani che includa il diritto alla casa, il diritto all’accessibilità economica e all’assistenza sanitaria. Il nostro mondo oggi è, per certi versi, il mondo più diseguale che abbiamo visto dal XX secolo, e questi gruppi cercano di declinare il linguaggio dei diritti umani per stabilire standard normativi e immaginare una nuova promessa. 

Si può dire che il discorso dominante, che porta con sé un po’ di ipocrisia e anche alcune cose non dette, ha piantato un seme e viene usato da chi continua a battersi per i diritti umani – anche se ne nota le crepe e contraddizioni?

Un esempio è il legame tra diritti umani e rivoluzioni. I diritti umani, che all’epoca erano chiamati diritti dell’uomo, emersero alla fine del XVIII secolo. Come mai? Emersero perché, nel caso delle rivoluzioni nelle Americhe, l’indipendenza dagli imperi doveva essere giustificata. E l’unico modo per giustificare la rottura con l’impero era l’invocazione di un principio superiore all’autorità monarchica. In questo caso i diritti umani o i diritti dell’uomo erano una versione di questo linguaggio più antico dei diritti naturali. Non mi interessa tanto ripercorrere questa lunga storia del diritto naturale che risale a secoli fa. Quel che mi interessa è la domanda: quando diventa politicamente operativo? Quando diventa operativo per un cambiamento rivoluzionario e per la creazione di un nuovo tipo di ordine? E questo accadde per la prima volta alla fine del XVIII secolo. Questo legame tra i diritti degli uomini, o diritti umani, e autodeterminazione si attenua, nel caso degli Stati Uniti, una volta ottenuta l’indipendenza. Ci sono voluti altri due secoli perché agli afroamericani venissero garantiti diritti di cittadinanza. Ma la rivoluzione è il momento in cui questo linguaggio politico diventa operativo per la prima volta. E nelle successive guerre d’indipendenza, vediamo come i diritti umani vengano mobilitati proprio per ottenere l’indipendenza. Lo vediamo anche per la decolonizzazione. Certo, ci sono alcune famose critiche ai diritti umani da parte di alcuni intellettuali postcoloniali come Frantz Fanon. Ma se si guarda ai politici africani degli anni Cinquanta e Sessanta, ai politici anticoloniali, e ai loro documenti fondativi, ad esempio il documento fondativo dell’ANC, l’African National Congress, i diritti umani sono sempre centrali. Sono centrali alla Conferenza di Bandung del 1955, che ha dato vita a questa unione di africani e asiatici, nuove nazioni postcoloniali. Ed è così che vengono poi trasferiti alle Nazioni Unite, dove l’autodeterminazione, in relazione ai diritti umani, diventa essa stessa un diritto umano. Non era così nel 1945 e nel 1948. Persino nella Dichiarazione Universale del 1948 non troviamo l’autodeterminazione: perché si trattava ancora di un mondo imperiale, era stata in parte scritta da politici imperialisti.

Parliamo degli anni Novanta come del momento in cui i diritti umani prendono in qualche modo il posto delle utopie. Nel decennio si afferma la globalizzazione e trionfa la liberalizzazione. Le cose camminano insieme?

Credo che i diritti umani siano parte integrante di queste trasformazioni che vediamo iniziare alla fine degli anni Settanta ed esplodere negli anni Novanta e Duemila, e che chiamiamo anche globalizzazione. Il concetto stesso di globalizzazione emerge solo negli anni Novanta. Spesso si dimentica che si trattava di un concetto nuovo che cercava di descrivere qualcosa che stava accadendo nel corso della nostra vita. Ed era legato a ciò che pure è divenuto oggetto di studio per gli storici: l’emergere del neoliberismo. C’è una sorta di fede nel legame tra mercati aperti, diritti umani – e poi anche democrazia – il tutto su scala globale. Quella era essenzialmente la lettura di ciò che stava accadendo nel nostro mondo. Non si trattava di una promessa ma della realtà delle cose, della direzione presa dal consesso umano. 

Il ritorno della fede nel progresso…

Già, c’era questa forte convinzione che viviamo in un mondo in cui il territorio non avrebbe più avuto grande importanza, il che oggi ci sembra assurdo, con le guerre a Gaza e in Ucraina e al ritorno della politica imperiale di potere. Ma gli scienziati sociali e gli scienziati politici alla fine degli anni Novanta e all’inizio degli anni Duemila ci dicevano che nell’era della società in rete il territorio non sarebbe più stato rilevante. Società in rete, libero mercato e diritti umani individuali, perché mai avremmo bisogno del territorio? La centralità del discorso sui diritti umani è solo un aspetto di questa più ampia storia di trasformazione del mondo, che abbiamo visto tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, da cui stiamo uscendo. Ma essenzialmente questa storia deve ancora essere scritta, gli storici stanno solo iniziando ad affrontarla e a spiegarci perché siamo dove siamo.

“L’idealismo dei diritti umani, a mio avviso, non è la causa ma la conseguenza delle rotture epocali della fine del XX secolo. Per molti versi, i diritti umani hanno sostituito la fede in un diverso tipo di utopia”.

I diritti umani sono un prodotto culturale occidentale. Oggi siamo in una fase in cui modelli diversi competono, i social media sono pieni di giovani cinesi che spiegano in inglese come la loro società e il loro modello funzionino meglio della democrazia liberale. Nei luoghi del potere globale l’ipocrisia legata ai diritti umani è clamorosamente visibile – o nemmeno: la politica estera trumpiana tende a non usare la categoria. Viceversa, se pensiamo alle conferenze sul clima, per fare un esempio, è il Sud del mondo a sollevare la questione dei diritti umani. Sono i senza potere che protestano: “Ehi, noi abbiamo dei diritti. Voi siete gli inquinatori”. In qualche modo la situazione si è capovolta rispetto agli anni Novanta.

Penso che ci siano molte osservazioni simili che possiamo fare sulla nostra epoca. Un esempio è di questi mesi: Nicolas Guillaume, uno dei giudici della Corte penale internazionale, francese, ha descritto gli effetti che l’essere inserito nella lista delle sanzioni del governo degli Stati Uniti ha avuto sulla sua vita. Non si tratta solo di non poter viaggiare negli Stati Uniti, ma di non poter utilizzare alcun prodotto di aziende statunitensi, perché le sanzioni colpiscono il suo account Expedia, il suo account Amazon, Google, eccetera. Quindi ci troviamo di fronte a questa situazione paradossale: l’idea delle sanzioni, che è stata utilizzata per multare le violazioni dei diritti umani nel mondo, ora viene strumentalizzata contro un giudice della Corte penale internazionale che sta cercando di processare il primo ministro israeliano e il suo ministro della Difesa. È un altro di questi capovolgimenti o inversioni a cui stiamo assistendo. Tuttavia, vorrei ancora contestare due cose: non si tratta di un concetto occidentale. Questa nozione di diritti umani che era in vigore negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta è stata in gran parte, o almeno nella stessa misura, scritta anche da quello che oggi chiamiamo il Sud del mondo. Questi concetti vengono reinventati, ad esempio includendo l’autodeterminazione. Con l’evoluzione dell’idea, non dovrebbe sorprenderci che non siano le potenze mondiali a farsi paladine dei diritti umani internazionali. Come ho detto si tratta di un linguaggio che precede gli anni Novanta e cambiando prospettiva si potrebbe sostenere che sono gli anni Novanta e i primi anni Duemila ad essere l’eccezione e che su quel terreno oggi stiamo tornando agli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, quando alcuni governi occidentali usavano i diritti umani in modo molto palesemente strumentale, sostenendo allo stesso tempo governi che notoriamente li violavano, come il caso clamoroso del Sudafrica dell’apartheid. Questo tipo di ipocrisia non è una novità. Se consideriamo questa storia in una prospettiva più ampia, anche il nostro presente potrebbe diventare meno opaco e meno impenetrabile.

L’uso dei diritti umani come giustificazione per gli interventi – «ve li portiamo noi» – era un’idea occidentale. Questo è il motivo per cui negli anni 2000 è emersa una critica di sinistra ai diritti umani, ma anche una critica di destra, pensiamo ai nazionalisti o ai neoimperialisti come Aleksandr Dugin in Russia. In effetti, negli anni ’90 e 2000 c’è stato un dirottamento dei diritti umani da parte dell’Occidente che ha prodotto una reazione negativa. 

Naturalmente la cosa vale anche per il Sud, dovremmo imparare a guardare con più attenzione a quei paesi postcoloniali che usano i diritti umani nelle conferenze internazionali senza dare seguito alle proprie politiche interne.

Tuttavia, come ho detto all’inizio della nostra conversazione, questo non significa che i diritti umani siano finiti. Questa infrastruttura è ancora in piedi. Siamo diventati più critici, più sobri nell’uso del linguaggio sui diritti umani, ma questo non è necessariamente un male.

Martino Mazzonis

Martino Mazzonis è giornalista, collabora con numerose testate, e si occupa soprattutto di Stati Uniti. Il suo ultimo libro, in coppia con Giovanni Borgongnone, è Tea party. La rivolta populista e la destra americana (Marsilio, 2012).

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