Il rapporto Antigone del 2026 racconta come le condizioni della popolazione carceraria italiana siano oggi più drammatiche che mai. E il governo Meloni, a parole e nei fatti, ha contribuito enormemente al peggioramento della situazione.
Parlare di carceri, in Italia, significa raccontare una tragedia che si consuma da decenni, indipendentemente dal colore politico dell’esecutivo del momento. Tutta la storia penitenziaria dal dopoguerra a oggi è stata infatti segnata da condizioni di detenzione deprecabili e da tragedie di ogni tipo e questo è avvenuto in modo identico nel tempo.. Quando il 9 maggio 1974 c’è stata la strage nel carcere di Alessandria, causata da un blitz scellerato guidato dal generale dell’Arma dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, a Palazzo Chigi era insediato l’esecutivo di centrosinistra di Mariano Rumor V. Quando nel 2010 il tasso di sovraffollamento delle carceri italiane faceva segnare il suo record assoluto, addirittura il 151 per cento, c’era il governo Berlusconi IV. Quando a marzo 2020 tra gli istituti penitenziari di Modena, Bologna e Rieti si verificò la peggiore strage carceraria del dopoguerra, con tredici decessi, l’esecutivo era il Conte II. Le carceri italiane sono perlopiù luoghi improntati alla punizione e alla sofferenza dove è quotidiano il tradimento dell’articolo della Costituzione italiana che vorrebbe come rieducativo il fine della pena. Questo non significa però che non ci siano stati, nella storia repubblicana, momenti in cui la situazione penitenziaria sia stata peggiore di altri. Il presente, per esempio, è uno dei periodi peggiori di sempre , come certifica l’ultimo rapporto dell’associazione Antigone.
Da una parte ci sono le problematiche permanenti che caratterizzano le prigioni italiane e che, per essere risolte, richiederebbero una rivoluzione culturale prima ancora che politica. Dall’altra, quelle che sono effetto di specifiche scelte da ricondurre all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
Il XXII Rapporto dell’associazione Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia si intitola “Tutto chiuso” ed è stato realizzato attraverso 102 visite di monitoraggio svolte in altrettanti istituti penitenziari. Il quadro che ne esce è avvilente. In cella ci sono 64.436 persone a fronte di una capienza effettiva di 46.318 posti e il dato, che certifica un aumento di ben duemila unità solo nell’ultimo anno, implica che il tasso reale di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1 per cento. È un dato drammatico, ma trattandosi di una media è anche un miraggio per molti istituti italiani dove le cose vanno ben peggio. Ci sono otto carceri – Lucca, Foggia, Grosseto, Lodi, Milano San Vittore, Brescia Canton Mombello, Udine e Latina – dove il tasso di sovraffollamento supera il 200 per cento toccando punte del 240 per cento e in generale sono solo 22 gli istituti dove il numero delle presenze è in linea con i posti disponibili.
Il sovraffollamento è il grande problema del sistema penitenziario italiano e da questo derivano, a cascata, molte delle altre tensioni che caratterizzano la vita dei detenuti. Una situazione critica che non risparmia neanche gli istituti penali per minorenni (Ipm), dove le presenze continuano ad aumentare, fino a essere arrivate, nell’aprile 2026, a quasi 600 rispetto alle poco più di 200 di solo qualche anno fa. Lo scorso febbraio, per la prima volta nella storia italiana, si è parlato di “sovraffollamento minorile”. E perfino il numero di neonati e bambini in carcere è in costante aumento. Come rivela il rapporto di Antigone, oggi negli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam) e nelle altre sezioni simili ci sono 26 bambini contro gli 11 di un anno fa.
Dare tutta la colpa al governo Meloni per questi numeri sarebbe troppo semplice, anche perché prima del suo insediamento, nell’autunno 2022, le cose non andavano poi così bene. Il sovraffollamento è una costante del sistema penitenziario italiano e la prima condanna in merito da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) risale a ben tredici anni fa. Ma di fronte a un contesto drammatico come questo le possibilità di azione di chi governa possono essere due: cercare di dare un po’ di respiro alla popolazione detenuta con misure capaci di alleviare la loro quotidiana sofferenza. O soffocarla ulteriormente.
Questa seconda opzione è quella adottata dell’attuale governo, rivendicata con convinzione dal sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri Andrea Delmastro che, prima di dimettersi un paio di mesi fa, raccontava non senza compiacimento dell’intima gioia” che gli dava vedere le persone arrestate compresse all’interno dei mezzi della polizia penitenziaria e lasciate “senza respirare”. Altrettanto turpi sono state altre prese di posizione, come quella della premier Meloni, secondo cui l’abolizione del reato di tortura non permetterebbe alle forze dell’ordine di svolgere al meglio il proprio lavoro – una linea che, purtroppo, viene mantenuta ancora oggi, proprio quando si avvicina il 25esimo anniversario del G8 di Genova.
I fatti sono purtroppo coerenti con le parole. I provvedimenti approvati dal governo Meloni in quasi quattro anni di legislatura “hanno oltrepassato il concetto di populismo penale e di diritto penale del nemico, facendo spazio a una visione che ha radicalmente spostato il baricentro del sistema penale dal mandato costituzionale della rieducazione verso una logica di pura neutralizzazione sociale”, sottolinea Antigone nel suo rapporto. C’è un dato che forse meglio di altri mostra quanto questa frase non sia iperbolica, ed è un dato inerente proprio alla questione del sovraffollamento carcerario e, quindi, al peggioramento delle condizioni di detenzione. Dal suo insediamento ad oggi, l’attuale esecutivo ha introdotto 55 nuovi reati, ha aggravato le pene per altre 60 forme di reato già esistenti e ha aumentato anche le sanzioni amministrative per decine di altre violazioni.
Questi interventi hanno “creato” 400 anni di carcere che prima non c’erano e hanno reso più difficile il ricorso a misure alternative alla detenzione, come ad esempio la messa alla prova o i lavori di pubblica utilità o i domiciliari, che avevano dimostrato di avere un peso decisivo nell’abbattimento di quella recidiva che oggi in Italia supera il 60 per cento certificando il fallimento dell’istituzione-carcere. L’aumento dei reati voluto dal governo ha portato più persone in carcere in un contesto già molto sofferente, mentre la diminuzione del ricorso alle misure alternative ha privato il sistema di una sorta di canale di scolo per ovviare almeno in parte al problema del sovraffollamento.
Nelle carceri minorili non va diversamente. C’è stato un momento preciso in cui i numeri della detenzione hanno iniziato a impennarsi, ed è stato dopo il cosiddetto decreto Caivano, che ha introdotto nuove forme di reato per i minorenni e ha aumentato il ricorso alle misure cautelari in carcere. Risultato: + 52 per cento di detenuti nel giro di quattro anni e numeri che non si vedevano dalla fine degli anni Ottanta, quando venne introdotta la riforma per ridurre al minimo la detenzione minorile. E per i bambini in carcere? Anni di propaganda contro le “borseggiatrici rom” nella metropolitana che, per citare il vicepremier Matteo Salvini, sfruttano la gravidanza per non andare in carcere, hanno portato a una norma inserita in uno dei tanti decreti sicurezza per rendere facoltativo, e non più obbligatorio, il rinvio della pena per le donne incinte o con figli piccoli. Risultato: presenze di bambini in carcere più che raddoppiate.
Se i nuovi reati introdotti hanno contribuito a sovraffollare le carceri più di quanto già non lo fossero, il populismo penale del governo Meloni si è concretizzato anche in una serie di misure volte a deteriorare ulteriormente la vita quotidiana in carcere. Non che su questo non interferisca già il sovraffollamento stesso, che erodendo gli spazi e creando maggiore pressione sulle attività trattamentali è sufficiente da solo a peggiorare le condizioni di vita dei detenuti. Ma evidentemente non è stato ritenuto sufficiente. Il governo Meloni in questi anni ha messo in atto una politica penitenziaria che, per usare sempre le parole di Antigone, “persegue un deliberato disegno di compressione dei diritti dei detenuti” e volto a imporre “una stretta autoritaria sulla quotidianità detentiva”.
Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), l’organismo che si occupa delle carceri, dei detenuti e del corpo di polizia penitenziaria e che sta sotto la responsabilità del ministero della Giustizia, si è esibito nella produzione di una serie di circolari che, una volta recapitate nella cassetta delle lettere dei singoli istituti penitenziari, ha stravolto i fragili equilibri delle persone private della libertà, erodendo i già pochi diritti di cui disponevano. L’introduzione del reato di rivolta carceraria, uno dei nuovi 55 reati del governo Meloni, ha mescolato le carte sul confine tra la protesta legittima e la sommossa e ha ristretto di parecchio il diritto al dissenso dei detenuti visto che, da come è scritta la norma, perfino una pacifica battitura delle sbarre può essere considerata illegale. Un’altra circolare ha reso più difficile organizzare attività culturali, educative e ricreative all’interno delle carceri mentre un’altra ancora ha ridotto le ore che le persone detenute possono trascorrere fuori dalle celle. Il risultato è che dal 2022 a oggi è triplicato il numero delle persone soggette a regime di vita chiuso. Proprio poche settimane fa, all’alba di una nuova torrida estate, il Dap ha poi dato ordine di non installare i frigoriferi nelle celle, evidentemente considerati una forma di privilegio eccessiva.
La somma di queste misure, il populismo penale made in Meloni, non poteva che incrementare la già enorme sofferenza della popolazione detenuta e sfociare in un considerevole aumento degli eventi critici in carcere, tra i quali: atti di autolesionismo (compiuti da 1 persona su 5) aggressioni tra detenuti e contro gli agenti di polizia penitenziaria, suicidi (ogni anno si chiude con un nuovo triste record), e mai così tanti morti in carcere come nell’ultimo anno. Numeri che sono lo specchio di un sistema che invece di rinnovarsi continua a regredire. Se l’esito più ovvio per il sistema penitenziario è quello della sua abolizione e il dibattito in questo senso si sta facendo sempre più ricco e partecipato, la via intrapresa dall’attuale esecutivo va esattamente nella direzione opposta. Costruire nuove carceri, come se l’emergenza in corso potesse permettersi di attendere i tempi della burocrazia e dell’edilizia. E piantare al loro interno il seme della repressione.