Perché gli americani rivogliono Trump? - Lucy
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Davide Piacenza

Perché gli americani rivogliono Trump?

Di Trump si parla il più delle volte con sdegno, commentandone la presunta follia o ridendo amaramente per le sue uscite – risate che nascondono spesso preoccupazione e angoscia. Eppure, al di là dei pregiudizi e delle legittime opinioni, ci sono ragioni molto precise per cui una parte degli Stati Uniti continua a volerlo come Presidente, e conoscerle potrebbe farci capire meglio la cultura e le credenze di un popolo che spesso ci appaiono insondabili.

Primi anni Cinquanta, l’America del boom, delle nuove case suburbane col prato curato, dell’automobile prodotta in serie e della moquette color malva in salotto. In una casa come le altre di Jamaica Estates, un quartiere ricco del Queens a New York, c’è un bambino un po’ diverso dagli altri che sta giocando coi blocchi da costruzione in compagnia del fratello Robert. Si chiama Donald John Trump, ma il cognome è adattato: quando i suoi nonni sono arrivati in America su una nave salpata dalla Germania, alla fine dell’Ottocento, si chiamavano Drumpf. Mentre il bambino assembla, i pezzi che ha non gli bastano per realizzare ciò che ha in mente: allora chiede in prestito quelli di Robert, promettendo di restituirli una volta finito di giocare. Il resto della storia lo racconterà lui stesso alla rivista «Esquire» più di sessant’anni dopo: “Ho usato tutti i miei blocchi, poi tutti i suoi, e quando ho finito avevo un edificio fantastico, che ho incollato insieme. Robert non ha mai riavuto i suoi mattoncini”.

In questo aneddoto minore della vita del 45esimo presidente degli Stati Uniti c’è già tutto ciò che avrebbe poi reso il trumpismo un’ideologia dominante: lo sprezzo delle regole, la spregiudicatezza, la spietatezza, il primato dell’affermazione personale. Non si può comprendere ciò che questo inesauribile settantasettenne ha fatto agli Stati Uniti e al mondo senza prima capire quel che il mondo ha fatto di lui, crescendolo in una famiglia di costruttori sì ricca, ma anche severa, anaffettiva e irregimentata, col mito dell’America “in cima al mondo” (come una manciata di anni prima l’aveva definita Winston Churchill), dei supermarket e dei beni di consumo in scala industriale, del sospetto anticomunista che sfocia nel maccartismo e della terra delle opportunità in cui farsi largo sgomitando.

Andiamo avanti a velocità doppia e torniamo ai giorni nostri. Donald J. Trump è ancora il candidato “da battere”, come scrivono i cronisti, alle elezioni presidenziali del prossimo novembre. Qualcosa non torna: non è forse il politico che è attualmente imputato in quattro processi distinti, per un totale di novantuno reati contestati, con accuse che spaziano dall’aver cospirato contro il governo degli Stati Uniti provando a intestarsi – e a falsificare – la vittoria di un’elezione nazionale che aveva appena perso, all’aver sottratto documenti di Stato segreti per sparpagliarli in una delle sue ville? 

Fino a poco tempo fa, e per circa due secoli, l’idea che un ex presidente o un candidato di primo piano alla presidenza potessero essere incriminati per reati gravi non era nemmeno contemplata dall’ordinamento americano: nella Costituzione si specifica che per aspirare alla Casa Bianca basta aver compiuto trentacinque anni, essere un cittadino statunitense dalla nascita e aver vissuto nel Paese per almeno quattordici anni. Il resto è territorio inesplorato, ma l’eccezione con Trump è diventata la norma: nei prossimi mesi una sentenza della Corte Suprema sull’immunità presidenziale indirizzerà il suo destino legale, ma quello politico è del tutto aperto. Rimane il più immediato e legittimo degli interrogativi: come fa Trump a essere a tutt’oggi il candidato presidente col consenso più alto, che tiene dietro, seppur di poco, Joe Biden nei sondaggi ed è il rais incontrastato del Partito Repubblicano?

La luna di miele di Trump con gli americani, a ben vedere, funziona perché non è mai stata del tutto tale, almeno nel senso tradizionale del termine: anche nel 2016, alle presidenziali contro Hillary Clinton – quando la sua posizione di partenza nei sondaggi era decisamente più sfavorevole di quella odierna – la sua vittoria è stata interpretata come un fuck you al cosiddetto establishment, visto come il responsabile di una situazione economica traballante. Trump ha parlato, e parla ancora, alla paura e alla frustrazione dell’America blue collar, quella dei lavoratori e della classe media che ha visto impoverirsi il suo potere d’acquisto ed è in cerca di colpevoli, quando non di capri espiatori. È un leader che galvanizza una base “dura e pura”, ma al di fuori di quella non colpisce per le sue percentuali di consenso.

Di certo non è Ronald Reagan, ma non è nemmeno George W. Bush, e se è per questo non è di certo Barack Obama; come per nessun altro presidente, l’indice di gradimento di Trump è rimasto fermo in un intervallo di meno di dieci punti percentuali per tutto il suo mandato: 47% di consenso ai massimi dell’ottobre 2018, 38% ai minimi dell’ottobre 2017. Ripetendo una delle descrizioni più frequentemente riservate all’ex presidente, l’autrice Fran Lebowitz ha scritto che “è l’idea di un ricco che ha un povero”, e anche in questo risiede la sua forza: Trump è quel genere di uomo che fa i soldi per mettere il suo nome a caratteri cubitali dorati sui grattacieli di Manhattan, sulle carlinghe dei Boeing, su casinò elefantiaci e su lussuosi campi da golf. È un miliardario che mangia la bistecca “ricoperta di ketchup”, per citarlo, e un politico che fa saltare una visita ufficiale di Stato per insultare i suoi avversari su Twitter, fa un’offerta a un Paese straniero per comprarsi la Groelandia, oppure magari, se gli gira, prova a uscire dalla NATO.

“La luna di miele di Trump con gli americani, a ben vedere, funziona perché non è mai stata del tutto tale, almeno nel senso tradizionale del termine”.

Da una parte, il successo decennale del trumpismo è spiegabile con una rivolta politica che ha saputo indossare i panni più comodi della controcultura: rispetto agli altri capipopolo della destra più e meno estrema, Trump ha saputo ravvivare la fiamma del posizionamento anti-sistema anche quando sedeva alla scrivania della persona più potente del mondo, interpretando sempre sia l’apocalittico che l’integrato. Nel giro di pochi anni il Make America Great Again è passato dai forum dell’alt right e dai meme più razzisti di 4chan alla prima serata di Fox News, per poi entrare in circolo nel sistema linfatico della società americana. Da qui Trump ha allargato definitivamente la finestra di Overton del dicibile e del legiferabile: solo un politico unpresidential come lui poteva definire i messicani “stupratori”, o chiamare Haiti e i Paesi africani «posti di merda», o separare i bambini piccoli dai genitori e metterli in gabbia al confine. Un processo di normalizzazione del basso istinto di cui Trump è stato interprete e facilitatore insieme, come una sorta di spirito oggettivo hegeliano di un metro e novanta. E che nessuno come lui ha saputo portare a risultati altrettanto profondi e duraturi.

Anche la sua graduale presa della destra americana è istruttiva, in tal senso. I cristiani evangelici sono uno dei più noti serbatoi di voto e attivismo conservatorefin dagli anni Sessanta e Settanta, quando in Virginia Alice Moore faceva campagna contro l’inclusione dei testi antirazzisti nei programmi scolastici, e nei decenni seguenti, in cui avrebbero determinato le nomination e le vittorie alle urne di Ronald Reagan e George W. Bush. Eppure, è con l’ascesa di Trump che sono tornati a essere determinanti, e da una prospettiva del tutto nuova. Se all’inizio, nel 2016, il voto evangelico per Trump era visto come un do ut des, la presidenza in cambio di leggi più stringenti sull’aborto e altre materie di interesse religioso – con gli stessi attivisti cristiani che lo descrivevano come un nuovo Ciro il Grande, disposto a liberare il popolo d’Israele pur non facendone parte – oggi la liaison ha fatto passi avanti: “La politica è diventata la direttrice identitaria principale”, per usare le parole del docente accademico di scienze politiche e pastore battista Ryan Burge, intervistato dal «New York Times», “e tutto il resto è subordinato all’appartenenza a una fazione”. Tanto che la parte più consistente degli evangelici pro-Trump ha iniziato a definirsi religiosa dopo la sua presidenza, non prima. E mentre la partecipazione alle messe è in caduta libera, alle ultime primarie repubblicane dell’Iowa, che hanno sancito la sua nomination in pectore, Trump ha definito i cristiani una minoranza perseguitata dal governo, “dai marxisti, dai comunisti e dai fascisti”, ottenendo scrosci di applausi e spostando l’identità religiosa in alto sul suo curriculum da agitprop culturale. I bianchi, ha notato il vicedirettore dello Spectator Freddy Gray, “invece di votare per Trump perché sono cristiani, hanno iniziato a dichiararsi cristiani perché supportano Trump”.

Se non altro, si potrebbe essere indotti a pensare, l’affermazione del trumpismo non può che rimanere confinata alle generazioni più anziane, impastoiate dalla disinformazione algoritmica e traviate dalla retorica populista del tycoon a reti unificate: giusto? Niente affatto: un sondaggio del «New York Times» Sienna College pubblicato a dicembre mostrava Trump davanti a Biden fra gli elettori della fascia d’età 18-29 anni, 49% contro 43%. Un dato parzialmente smentito da altri rilevamenti recenti, ma che sottolinea un problema di cui i Democratici sono fin troppo consci: in un agone politico in cui la personalità conta più della politica stessa, la presidenza Biden non è riuscita ad affermarsi sul piano culturale, rimanendo ostaggio di una figura da nonno buono e un po’ inerme, che nel 2020 sembrava un antidoto soddisfacente alle escandescenze del predecessore ma oggi sa di minestrina riscaldata, e nemmeno delle più buone. Trump invece, scriveva già nel 2015 l’autore del «New Yorker» Jelani Cobb, “in tutti gli aspetti che contano, tolte le performance vere e proprie, non è un politico: è un rapper”. Joe Mitchell, 26enne ex deputato in Iowa che gestisce Run GenZ, un gruppo di formazione di giovani candidati conservatori, ha detto all’«Economist» che dopo la prima incriminazione di Trump “la gente mostrava la sua foto segnaletica in senso positivo. Gioca nello stesso campionato dei Tupac del mondo”. La street cred di Trump è ai massimi, mentre Biden per molti non vale nemmeno un dissing.

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Certo, convincersi che Trump sia Trump solo per la sua forma esuberante farebbe torto a una sostanza che, per quanto in forme diverse da quelle da lui riferite, esiste: il suo quadriennio da presidente, pur con tutte le anomalie che l’hanno contraddistinto, ha segnato un periodo di floridezza economica di cui, comprensibilmente, continua a intestarsi i meriti. Puoi anche gestire una crisi sanitaria mondiale in modo gravemente irresponsabile, chiamare a raccolta i tuoi supporter più facinorosi perché distruggano il Senato e provare a ribaltare con magheggi e minacce il risultato di regolari elezioni democratiche, ma la gente si ricorderà del tuo regno per quanti soldi gli rimanevano in tasca alla fine del mese. “Su un tweet cattivo e della benzina a buon mercato metterebbero la firma tutti”, per dirla come l’ha detta di recente un sostenitore del MAGA a un comizio. Non tutti guardando alla sua bionda chioma vedono un templare reazionario per cui sarebbero pronti a prendere le armi e dirigersi verso il Campidoglio, in ogni caso: per molti, Donald Trump è semplicemente il meno peggio, un tradizionalista disposto a difendere la bandiera, i valori e gli stili di vita dell’America popolare (a volte si dice “profonda”, ma il termine non si adatta più del tutto al Paese di oggi) che percepiscono assediati. E in un mondo globale reso una Babele di incomunicabilità e polarizzazione da like, questo processo di identificazione e serramento dei ranghi funziona.

Scrivendo sul «Guardian», l’editorialista George Monbiot ha offerto un’altra spiegazione per la longevità del parco divertimenti di Trumplandia, una lettura dai connotati più medici: “Alcuni psicologi ritengono che i nostri valori tendano a organizzarsi attorno a due poli, descritti come intrinseci ed estrinseci”, scrive Monbiot. Nel primo caso, la motivazione al nostro agire è data da attività che troviamo gratificanti – o stimolanti, o arricchenti – di per sé, e questo ci renderà persone tendenzialmente più empatiche e propense all’intimità e al conoscere e considerare il prossimo; nel secondo insieme, invece, ricadono gli individui regolati da motivazioni estrinseche all’agire, che hanno spesso a che fare con lo status, la ricchezza, la fama, l’affermazione di sé. In molti sensi, nota giustamente Monbiot, l’intero ordine liberale e la forma contemporanea del capitalismo sono architetture laiche devote alla motivazione estrinseca.

Nessun politico prima di Donald Trump, però, l’aveva incarnato in modo così millimetricamente preciso e sovrapponibile alla sua definizione scientifica. Gli “estrinseci”, da individualisti impenitenti, disdegnano la cooperazione e la dimensione comunitaria, sono più inclini alla frustrazione, all’ira e all’ossessione compulsiva per la loro immagine e la loro reputazione: chi può rappresentarli meglio di un uomo che ha passato la vita a mentire, a ingigantire la sua ricchezza, a barare a golf, a chiedere agli estranei di confermargli quanto fosse avvenente sua figlia e a prendere di mira per corrispondenza un giornalista che aveva scritto, venticinque anni prima, che le sue mani erano troppo piccole?

“Convincersi che Trump sia Trump solo per la sua forma esuberante farebbe torto a una sostanza che, per quanto in forme diverse da quelle da lui riferite, esiste”.

Che ci piaccia o meno, il very stable genius – come si è autodefinito anni fa, rispondendo in modo assai megalomane a report su sue presunte e mai confermate instabilità mentali – è qui per restare. E, dopo di lui, di certo rimarranno i piccoli e grandi modi in cui ha cambiato, quasi sempre in peggio, l’America e il mondo. In un fortunato saggio pubblicato nel 2020, Too Much and Never Enough: How My Family Created the World’s Most Dangerous Man (Simon & Schuster), Mary Trump, nipote di quello che è stato, e forse presto sarà di nuovo, l’uomo più potente del mondo, scrive: “Donald oggi è molto simile a quando aveva tre anni: incapace di crescere, apprendere o evolvere, incapace di regolare le sue emozioni, moderare le sue risposte o assorbire e processare le informazioni”. Anche stavolta, insomma, tanti saluti ai nostri mattoncini colorati.

Davide Piacenza

Davide Piacenza è giornalista e collabora a diverse testate. Il suo ultimo ultimo libro, che riprende temi della sua newsletter settimanale “Culture Wars”, si intitola La correzione del mondo (Einaudi, 2023).

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